La linea analitica dell’arte contemporanea

La linea analitica dell’arte moderna è un testo cardine nella storia dell’arte e della critica d’arte del secolo scorso. In questo libro, poco più di cento, densissime pagine, Filiberto Menna ha proposto non una storia ma una decisa teoria dell’arte, ricostruendo, al di là di ogni convenzionale cronologia, la parabola dell’arte moderna, da Seurat al Minimalismo, seguendo una prospettiva critica inconfondibile, partigiana e appassionata proprio come aveva suggerito Baudelaire, interprete insuperato della nascente modernità. E proprio come era accaduto nella precoce riflessione del poeta, anche per Menna la modernità – l’arte moderna – non è un concetto immobile e definitivo ma è una tensione, un discorso e un controdiscorso, una partita aperta tra le ragioni del linguaggio (lo specifico dell’opera), e le spinte irrinunciabili del reale, della vita, del sociale.

Centralità e dispersione, differenza e somiglianza, trasparenza e opacità: senza mai semplificare le opposizioni, Menna ha guardato all’arte moderna con la consapevolezza che alla critica non spetta di trovare il significato dell’opera d’arte ma di comprendere «uno dei significati possibili», perché, e su questo non ha avuto dubbi, l’arte e la critica condividono un’analoga, costitutiva contraddizione. Una contraddizione che La linea analitica dell’arte moderna inquadrava in un orizzonte in cui la fiducia nella dialettica, nei grandi sistemi d’interpretazione del mondo – Lyotard li ha chiamati «i grandi racconti» - non era ancora venuta meno, nonostante i segnali dell’imminente crisi fossero già presenti.

A distanza di oltre trent’anni dalla prima pubblicazione del libro, avvenuta nel 1975, lo scenario è, certo, molto cambiato. La modernità ha subito trasformazioni radicali e forse fatali, si è aperta la stagione postmoderna, una “galassia” (Trimarco) attraversata da spinte diverse, segnata dalla globalizzazione, dall’espansione delle nuove tecnologie e dei new media, un’era dell’accesso carica di incertezze e di conflitti. L’arte, il suo articolato sistema, ha conosciuto in questi anni uno sviluppo esuberante, spesso indisciplinato, che solo di recente sembra conoscere qualche cedimento. Di fronte a questa situazione, così mutata e complessa, è possibile ripensare la lezione di Menna, ha senso rimettere in gioco oggi il doppio discorso che s’intrecciava nella linea analitica dell’arte moderna?

La mostra Filiberto Menna. La linea analitica dell’arte contemporanea prova a rispondere positivamente a questa domanda. Lo fa coinvolgendo in una riflessione, per opere e parole, una giovane generazione di artisti e di curatori, chiamati a interrogarsi, a partire dal pensiero di Menna, sullo statuto dell’arte e della critica, a ragionare insieme, in una progettualità condivisa, su come l’arte ancora nel nuovo secolo non possa non lavorare sulla formalizzazione e, assieme, sull’altro da sé, su ciò che non appartiene immediatamente allo specifico dell’arte: la soggettività, il sociale, la politica.

La traducibilità dei linguaggi messa in problema dal video di Meris Angioletti, lo sguardo plurale che Filippo Centenari rivolge alla città e, contemporaneamente, al medium che ne fa l’immagine; il lavoro sul tempo, sulla forma soggettiva del tempo proposto da Sabine Delafon; la verifica dei limiti – fisici e simbolici – dell’opera proposta dalla fragile installazione di Luca Francesconi; l’immateriale proposizione linguistica di Mariangela Levita, plastica e disponibile al cambiamento; l’assertivo eppure problematico spostamento, letterale e concettuale, realizzato in materia e parole da Domenico Antonio Mancini; l’opzione del disegno, che è sempre progetto e scrittura emotiva, rivendicata da Luisa Rabbia; lo spazio inabitabile, luogo di iniziazione e di percezione totale, costruito da Ciro Vitale: queste le otto declinazioni in cui la linea analitica sembra trovare ancora intelligenza e vita. Opere che, accompagnate dai testi di Alessandro Demma, Maria Giovanna Mancini, Antonello Tolve ed Eugenio Viola, costruiscono il tessuto di una mostra che vuole essere, innanzitutto, un momento di ricerca. Un’ipotesi, certo parziale, di una diversa, più consapevole cultura critica.