Allestita a Roma, a Palazzo Venezia, la mostra del grande pittore cileno
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La mostra antologica del pittore cileno Sebastian Matta, da tempo residente il Italia, aperta in questi giorni a Palazzo Venezia per iniziativa del Comune e della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Roma, è certamente uno dei fatti più significativi della stagione ed è un omaggio dovuto a un artista famoso che ha scelto l’Italia come sua seconda patria. Tanto più che Matta è stato un artista tipicamente nomade, come è nella tradizione surrealista nella quale egli si è formato e alla quale ha dato alcuni dei contributi più importanti.
L’artista cileno aveva compiuto infatti le sue prime esperienze nell’ambito della cultura surrealista francese, dopo un tirocinio come disegnatore con Le Corbusier. Conosce Breton per il tramite di Dalì ed è invitato con tre disegni alla «Esposizione surrealista» del 1937 alla galleria Wildenstein. Matta muove fin dall’inizio dalle premesse centrali della poetica surrealista, facendo propria l’aspirazione ad una libertà totale dell’uomo e al recupero, attraverso l’operazione artistica, e i procedimenti automatici di espressione, di una unità in cui i contrasti e le antinomie della esistenza quotidiana siano definitivamente superati. Muovendo da queste premesse, si comprende come Matta identifichi «arte» e «rivoluzione» e si richiamo esplicitamente ad artisti come Cézanne e Van Gogh i quali (come scrive egli stesso) «volevano senz’altro cambiare il quadro (per così dire) del mondo e nello stesso tempo trovare i mezzi per cambiare la loro vita», oppure come Rimbaud «che fece un programma del cambiare la vita e del cambiare il mondo nello stesso tempo».
La partenza di Matta è dunque tipicamente surrealista, ma fin dall’inizio egli mostra di voler fluidificare le immagini con una maggiore velocità del segno e una immaginazione onirica più incandescente: ne risulta una trasformazione profonda dello spazio pittorico, nel senso che in esso viene abolita ogni tridimensionalità prospettica (presente ancora nei quadri di Dalì e anche nel più fluido Tanguy) e tende a scomparire ogni delimitazione tra spazio e immagine, sicché entrambi si fondono in una stessa dimensione fluida, continuamente mutevole, inafferrabile, vera e propria analogia plastica del sentimento di una unità cosmica originaria. È probabile che a questa fluidificazione dell’immagine Matta non sia giunto solo per conto proprio, ma sia stato aiutato da altri artisti che muovevano in una direzione analoga: innanzitutto, direi, da Mirò e da Ernst; poi da Dominguez che nelle sue «decalcomanie» e nelle composizioni «cosmiche» aveva già impresso una forte accelerazione all’automatismo espressivo; forse anche da Masson, attraverso la velocità grafica dei disegni. È comunque certo che già nella serie delle «Morfologie psicologiche», inviata nel 1938, Matta mostra di aver dato avvio deciso a quel processo di fluidificazione delle immagini che, attraverso l’opera di Gorky, sfocerà nella esperienza dell’action-painting americana.
Ma in questo processo di arricchimento organico della pittura, Matta ad un certo punto si arresta, non perviene alla completa dissoluzione segnica dell’immagine, che nella sua opera persiste (come in tutta l’area surrealista del resto), assumendo una forte significazione simbolica e allegorica. Ma il termine di differenziazione più netto tra l’opera di Matta e la successiva (e poi coeva) esperienza informale è l’accento ideologico che si avverte nella parlata dell’artista cileno, un accento che rivela una inconfondibile tonalità positiva, per cui le immagini finiscono per rappresentare se stesse e un ordine possibile del mondo.