Paradiso o Apocalisse?

Teatro della crudeltà

PARADISE, Apocalypse Now? Chi ha la vista più acuta? Julien Beck o Francis Ford Coppola? Chi ha ragione? Chi fa del corpo il luogo privilegiato dell’incontro, del contatto e dell’estasi o chi guarda spietatamente al corpo come a un tavolo anatomico per le esercitazioni del carnefice?

So bene che la fine del secondo millennio, con la caduta dei grandi miti palingenetici che hanno scosso l’immaginario dell’Occidente (e non di esso soltanto) e con la crisi delle grandi utopie delle avanguardie storiche, non sembra lasciare margini di incertezza sulla possibile scelta da compiere tra Paradise e Apocalypse Now.

Forse per questa ragione, perché portatori di una poetica del disincanto e della crudeltà che non è la mia (tra Artaud e Breton ho sempre scelto Breton), ho seguito con partecipazione quelli del Carrozzone, prima, e dei Magazzini Criminali, poi. E ho amato quasi tutti gli spettacoli di Marion, Alessandro e Federico, a cominciare dalla Donna stanca incontra il sole nella edizione indimenticabile conclusasi sul lungomare salernitano. Quanti anni addietro?

Il teatro come epifania dell’aggressività dell’uomo è dunque una costante del gruppo fiorentino e anche l’ultima messa in scena, Genet a Tangeri, conferma questo atteggiamento di fondo già nella edizione precedente allo spettacolo presentato al festival di Sant’Arcangelo di Romagna, in cui è stata inserita l’uccisione e la macellazione di un cavallo.

L’ evento ha creato un grande scompiglio e provocato reazioni molto diverse, alcune delle quali, per la verità, attente a non spostare il discorso al di là di una analisi linguistica e di una valutazione estetica (è il caso dell’articolo di Franco Cordelli apparso mercoledì scorso sul nostro giornale); altre, invece, improntate a uno spirito di caccia alle streghe. Eppure, Roberto Bacci, direttore del festival, ha posto la questione nei suoi giusti termini, dando atto a quelli dei Magazzini di aver pensato l’evento in termini di teatro e non di scandalo:«È stato organizzato l’allestimento di “Genet a Tangeri” in un macello comunale dove ogni giorno ammazzano cavalli, maiali,mucche. Gli attori hanno semplicemente chiesto di spostare l’uccisione del cavallo dalla mattina alla sera. Abbiamo portato in quel luogo critici e studiosi e lì è avvenuto quanto avviene ogni giorno. La cosa che mi sembra strana è che si sia creato uno stravolgimento della notizia, per cui sembra che i teatranti abbiano macellato un cavallo apposta per fare spettacolo».

Perché allora, tanto scandalo? Ma per una ragione che l’arte moderna ha già esibito altre volte, per l’effetto straniante che un oggetto o un evento possono assumere se spostati dal loro contesto abituale. L’evento che ha suscitato scalpore è dato dalla nostra vita quotidiana, appartiene alla nostra famiglia umana, ma si tratta di un avvenimento che si consuma in luoghi appartati, lontani dai nostri occhi e dalle nostre coscienze.

Lo spostamento del fatto all’interno della cornice della rappresentazione teatrale ha innescato un corto circuito tra realtà e finzione mettendo in crisi le attese abituali dello spettatore. In altri termini, gli attori fiorentini hanno preparato una miscela esplosiva che una volta innescata ha dato il risultato (linguistico) voluto: la funzione simbolica dell’arte ha agito come un riflettore portando alla ribalta, in piena luce, una scena che sappiamo quotidiana, ma che cerchiamo di dimenticare per sua intrinseca, inevitabile e perciò tanto più tragica crudeltà.

L’atteggiamento di rifiuto e di scandalo appare quindi legato alla stessa forza d’urto dell’avvenimento, al suo effetto freudianamente perturbante che gli attori hanno voluto e raggiunto con la tecnica dello spostamento che ci ha costretti a prendere atto di un contenuto psichico che avevamo emarginato o rimosso per la tranquillità delle nostre coscienze e delle nostre digestioni.