A Milano «Geometrie dionisiache»
MILANO. Oggi, si sa, l’attenzione della critica, delle gallerie e dei musei, si rivolge con immutata frequenza alle nuove esperienze dell’arte, per cui molto spesso le mostre sono fatte per gli under 35 al massimo, per gli under 40.
Anche alla Biennale veneziana, il settore «Aperto 88», dedicato appunto alle presenze giovani, appare particolarmente ricco anche se viziato in partenza da una impostazione eclettica delle scelte.
Anche la mostra curata da Lea Vergine alla Rotonda della Besana di Milano è dedicata all’arte giovane ma ha il vantaggio di affidarsi a una impostazione critica omogenea che tiene conto di cambiamenti verificatisi nel campo dell’arte intorno alla metà degli anni Ottanta: un cambiamento che ha messo da parte la pittura e la scultura cosiddette postmoderne (dalla Transavanguardia, all’arte di citazione del passato, dall’anacronismo alla pittura colta) con una scelta di fondo più nettamente orientata verso l’astrazione.
E la mostra di Lea Vergine rende esplicito questo momento anche nel titolo, «Geometrie dionisiache», nel senso che essa sottolinea l’interesse attuale per una ripresa di arte geometrica, ma nello stesso tempo vuole mettere in evidenza anche la libertà con cui gli artisti si rivolgono a questo patrimonio di immagini.
Per la verità Lea Vergine non ha inteso promuovere una mostra di tendenza, ma di orientamento aperto, una mostra che fa perno essenzialmente sulla scultura.
E non a caso, in quanto è soprattutto nell’ambito di questa che si sono affermati con forza i nuovi orientamenti verso un’arte più controllata, sorretta da una qualche intenzionalità progettuale e una impostazione di ordine più marcatamente costruttivo.
Nessuna nostalgia del passato, dunque, ma libero ricorso a figure geometriche inserite in nuovi contesti.
Come scrive Lea Vergine, questi artisti «rinnovano il passato poiché non lo riproducono (né lo rivisitano con i crisantemi in mano) ma anzi, testimoniando di forme e contenuti sparsi come ad un deposito, lo rendono nuovamente ambiguo, interlocutorio, intenso, mettendone in relazione aspetti e cadenze con quelle del presente».
La mostra rivela così una sua indubbia coerenza, anche se non mancano delle presenze (soprattutto pittoriche) che non si inseriscono veramente nel discorso generale: e le opere esposte ci parlano di una notevole presenza dell’arte italiana d’oggi, di una mappa di esperienze che non hanno nulla da invidiare ai più fortunati (dal punto di vista del marcato e della notorietà massmediale) artisti americani e tedeschi.
Purtroppo non giova alla esposizione e alle opere l’ambiente della Besana e l’allestimento affidato alla creazione di piccoli box in cui le opere appaiono rinchiuse come animali in gabbia. Ma si sa, lo spazio della Besana è di difficile articolazione e riesce ad esaltare soprattutto opere plastiche di dimensioni monumentali, in grado di sfruttare fino in fondo lo spazio nella sua totalità.
Ma anche con questi limiti, il visitatore può apprezzare il lavoro di molti artisti, dal gruppo «geometrico» fiorentino (Guaita, De Lorenzo, Catelani) alla imponente scultura di Nunzio, dalla grande inventiva lucida di Arienti alla essenzialità di Catania, dalle forme inquietanti di Corneli alle strutture volutamente precarie di Habicher.
Mazzucconi si impone per la commistione di pittura e scultura e per il forte rigore formale che sorregge le sue opere, mentre Zelli prosegue in questa sua ricerca di forme sospese, viventi in un’aura quasi metafisica.
Opere che si ispirano alla geometria, dunque, ma si tratta di una «geometria bizzarra e disobbediente, anomala, litigiosa, esaltata spesso da una componente dionisiaca appunto».
La mostra milanese, l’«Aperto 88» della Biennale, l’esposizione dedicata ancora una volta agli anni Ottanta dal nuovo museo di Prato, l’iniziativa dell’Assessorato alla cultura di Roma che ha chiesto ad alcuni critici di invitare giovani artisti e di esporre le loro opere al Foro Boario restaurato in maniera più o meno approssimativa, tutte queste iniziative suggeriscono, a mio parere, l’opportunità di un incontro a livello internazionale degli artisti degli anni Ottanta e dei critici che ne hanno interpretato, come compagni di strada, le nuove aspirazioni e i nuovi orientamenti.