Mostra dell’artista a Cortona con una scultura pensata appositamente per la città toscana
CORTONA si arricchisce di una nuova opera d’arte, una scultura di Nino Franchina, la «Grande Araldica», pensata appositamente per la città e ad essa donata dall’artista per testimoniare il suo rapporto ormai di lunghi anni che lo lega a Cortona. L’occasione è la mostra antologica che l’assessorato alla cultura dell’amministrazione comunale ha allestito dell’opera di Franchina dall’immediato dopoguerra fino ad oggi. Come ha ricordato Giovanni Carandente nella introduzione al catalogo, non è questa la prima volta che Franchina pensa e realizza una scultura per uno spazio urbano: vent’anni or sono, a Spoleto, inserì nel tessuto medioevale della città umbra una scultura metallica che ancora commenta, con il suo scattante verticalismo, lo spazio della piazza del Comune.
Precedentemente aveva già realizzato una scultura alta quindici metri per il Lungomare di Genova e aveva vinto il concorso, indetto dall’amministrazione comunale di Taranto, per un monumento a Paisiello. Ma non poté realizzarlo perché il suo progetto non piacque ai benpensanti che forse avrebbero voluto un’opera di tradizione figurativa, illustrativa e aneddotica. Si rifece a Dogliani erigendo una scultura in memoria di Luigi Einaudi.
È da molto tempo che conosco Nino Franchina, anche se è da molto tempo che non ci incontriamo. Ricordo una mia visita nel suo studio di via Margutta mentre stava preparando una delle sue mostre. Parlammo di molte cose e in particolare del rapporto tra artista e pubblico. Franchina se la prende con noi critici dei quotidiani accusandoci di non seguire con attenzione il lavoro artistico e di non informare in maniera adeguata l’opinione pubblica. C’erano ancora gli strascichi di una vecchia polemica tra astratti e figurativi e a questo proposito Franchina si disse convinto che non si trattava più di discutere sulla legittimità di un’arte non oggettiva, ma soltanto di andare avanti in una direzione che fosse autenticamente nostra e moderna.
Un personaggio polemico
Perciò, quando gli chiesi il nome dell’artista a suo parere più significativo nel panorama italiano, fece senza esitazione il nome di Burri, proprio perché questi aveva avuto la forza di iniziare un discorso nuovo e di continuare senza distrazione per la sua strada. Polemico, fino all’aggressività, quando discuteva dei fatti generali, Franchina parlava del suo lavoro con modestia artigianale intrattenendosi soprattutto sulla materia impiegata e sui procedimenti di lavoro.
Franchina, si sa, è uno degli artisti moderni che hanno rivalutato il ferro nella scultura. Il ferro rappresenta per lui una materia che richiede un intervento diretto, continuo; che consente di accompagnare fino all’ultimo il processo creativo. Sicché l’opera termina con l’ultimo tocco che le ha dato l’artista, e non ha bisogno di tradursi in un’altra cosa: non più fusioni, dunque, avventurose ed eccitanti all’epoca di un Cellini, ma divenute sempre più meccaniche e fredde, come calchi.
«Personalmente — mi disse — la materia che più amo è il ferro. Il ferro si piega docilissimo; quand’è incandescente ha un fascino immenso, si contorce, guizza, si offre, danza». Intanto io mi guardavo intorno e osservavo le sculture disseminate nello studio (molte le ho ritrovate qui, a Cortona), riflettendo sulla consonanza tra le parole e le forme create dall’artista. La sua scultura è infatti tutta in questa descrizione: le sue forme scattanti sembrano davvero guizzare, danzare nell’aria, evocando spazi ed atmosfere ricche di suggestione. C’è in definitiva nell’opera di Franchina una incoercibile vocazione lirica anche quando le sculture sono realizzate con materiali residui, con i rottami dell’industria del ferro.
Tra il ’45 e il ’50 ha eseguito infatti una serie di sculture metalliche servendosi di lamiere smaltate, quelle adoperate per costruire le carrozzerie delle automobili, realizzando però anche così delle opere di una grande finezza formale.
Esperienze in fabbrica
Per Franchina la manualità conserva un valore determinante e, con essa, un procedimento formativo inteso come lavoro, come incontro con una materia che occorre piegare alle esigenze di una idea, di un progetto, ma lasciandole anche un margine di intervento durante la fase esecutiva. In quel nostro incontro, Franchina parlava volentieri delle esperienze compiute direttamente in fabbrica, come quando impiegò i rottami in ferro della Cornigliano realizzando con l’aiuto degli operai la grande scultura per il Lungomare genovese.