Da Masaniello a Pinocchio nel segno del meridionalismo

Le sorprese del critico a Salerno

A SALERNO, dove sono nato e cresciuto e ho insegnato per molti anni, torno sempre più raramente e me ne rammarico, perché ogni volta trovo qualcosa di interessante messa su dai miei amici galleristi. Pochi giorni fa ho avuto la sorpresa gradita di vedere nelle gallerie «Il Catalogo» e «La Bottegaccia» le mostre di due artisti salernitani, anch’essi miei vecchi amici, anche se parecchio più giovani di me. Parlo di Antonio Petti e di Ugo Marano, il primo con una antologica dei suoi disegni allestita dal «Catalogo», il secondo con un assemblaggio delle sue sedie fantastiche, «Le Signore Sedie», alla «Bottegaccia».

Si tratta di due mostre eccellenti, che farebbero bella figura anche nelle ‘capitali’ dell’arte e forse vi porterebbero nuovi nutrimenti con la loro eterodossia rispetto agli attuali orientamenti dominanti. Scrivendo di Antonio Petti nel bel libro-catalogo edito in occasione della mostra, Francesco Vincitorio, che per questi problemi ha sempre avuto una sensibilità acuta e quasi allarmata, ha esordito con un’amara constatazione e cioè che le mostre di questo artista si sono tenute quasi esclusivamente nel Meridione e in particolare in Campania: «Si tratta — scrive dunque Vincitorio — dell’ennesima prova dell’isolamento che grava sugli artisti del Sud. Soprattutto delle loro difficoltà a far conoscere il proprio lavoro oltre i confini dell’area in cui operano. Difficoltà dovute principalmente a ignoranza da parte della critica e alla carenza di organici circuiti artistici, che impoveriscono il nostro paese, privandolo di scambi ed esperienze preziose».

Un discorso, questo, che vale soprattutto per Antonio Petti, timido e introverso, più che per Ugo Marano, accattivante ed estroverso, che è riuscito a superare l’handicap della marginalità meridionale e a stabilire buoni rapporti soprattutto con gli ambienti artistici milanesi. Eppure il talento di Petti non è passato sotto silenzio se si pensa che di lui hanno scritto finora Sanguineti e Crispolti, Micacchi e Trimarco e Mele, oltre che scrittori come Incoronato, Compagnone e Rea.

Petti è un disegnatore nato e questa sua mostra riassuntiva ce ne dà piena conferma con gli esempi che ci propone compresi tra i primi anni settanta e il 1983: abbiamo così la possibilità di attraversare l’intero percorso dell’artista e di ripercorrere con lui le tappe de «Il Vangelo di Luca», i disegni per il Novellino di Masuccio Salernitano, quelli per Masaniello e, in ultimo, la serie dedicata a Pinocchio. Un itinerario segnato da una fortissima continuità di ispirazione ma anche da scarti significativi sul piano specifico del linguaggio. Come quasi tutti gli «illustratori» che contano nell’arte moderna, anche Antonio Petti si iscrive in un’area culturale espressionista: anche la sua opera è, infatti, caratterizzata da un segno che aggredisce con violenza il dato di realtà, lo deforma e corrode, quasi a spremerne un senso riposto, frantumandone la liscia superficie dell’apparenza convenzionale.

Nei disegni dei primi anni settanta, il segno di Petti si presenta come una fitta ragnatela in cui le immagini restano impigliate e ridotte al denominatore comune di parvenze fantasmatiche, larve, figure mostruose e inquietanti. Si costituisce, qui, il motivo dominante dell’artista, la formulazione, cioè, dell’immagine in chiave visionaria, notturna, onirica. Rimane, in questi disegni, una qualche durezza illustrativa, un residuo troppo esplicito e dichiarato che resiste alla aggressione del segno, opponendo, si direbbe, violenza a violenza. Per questa ragione, forse, Petti ha, ad un certo punto, aggiustato meglio il tiro, modificando la tattica di attacco: a partire soprattutto dai disegni per il Novellino, ma in maniera evidente nei disegni per Pinocchio, la ragnatela cede il posto a sequenze di figure ciascuna definita in un proprio contorno ben preciso ricondotta alla semplicità formale di una silhouette; cambia anche la disposizione dell’insieme, nel senso che alla frontalità di prima si sostituisce una visione prevalentemente laterale, alla veduta di gruppo la successione in sequenza. Il tema ricorrente della «parata» o «del corteo» è strettamente legato a questa nuova organizzazione sintattica che punta, ora, su una articolazione interna fortemente contrastata di bianchi e di neri, di luci e di ombre. L’acuità visiva, con cui l’artista ha potuto realizzare una grottesca galleria di ritratti, è sempre presente, ma ora sembra spingersi al di là del dato puramente illustrativo, oltre la deformazione espressionista, per cogliere, al di là delle maschere che affollano la corte spagnola o la corte dei miracoli della vita napoletana o la commedia dell’arte o le feste popolari, con i fantocci che volano nell’aria prima di essere bruciati o distrutti, un senso più profondo e segreto che non appartiene soltanto ai personaggi illustrati ma anche, soprattutto, all’universo intero dell’artista, dove viene scandagliato e riportato alla luce per via di linguaggio.

Nel dominio dell’immaginario ci conduce anche la mostra di Ugo Marano alla «Bottegaccia» con la presentazione delle sue «Signore Sedie», fantastiche, ironiche, affettuose, accompagnate da un cataloghino prezioso, a tiratura limitata, dove alcuni amici dell’artista hanno lasciato un pensiero sull’oggetto «sedia». Marano ha costruito una decina di questi oggetti di arredo con una tecnica artigiana, volutamente povera, impiegando tavole di legno segate alla buona e messe insieme in maniera apparentemente precaria, congiunture rozze, bene in vista, quasi fossero fatte da un bricoleur non molto provveduto e scaltro. In realtà, l’operazione di Marano è quanto mai sofisticata e colta, tanto da raggiungere, per proprio conto, alcuni dei risultati più complessi, più intelligenti e spiritosi, del design (o anti-design?) postmoderno.

Le sedie di Marano, tuttavia, pur inserendosi in quest’area di esperienze, presentano caratteristiche assolutamente originali: intanto, rifiutano ogni eleganza formale, ogni preziosità decorativa, croce e delizia della progettazione postmoderna; e poi esse ci appaiono troppo scopertamentamente povere e grezze, per cui vanno a collocarsi piuttosto tra gli oggetti anti-graziosi. In sostanza, si tratta di oggetti-sculture a reazione poetica che fanno pensare, semmai, a certi assemblaggi dadaisti e surrealisti, ma con una forza plastica tutta propria, violenta, aggressiva, ironica e allegra nello stesso tempo.