Mostra a Napoli di Maurizio Valenzi
«CI SONO STATI dei periodi –lo confesso – in cui ho creduto che per essere un militante convinto, un “rivoluzionario di professione”, come si diceva allora, bisognava sacrificare molto, quasi tutto e buttare anche i pannelli all’aria, anche se però non ho mai smesso di disegnare». È una confessione accorata, drammatica persino, di Maurizio Valenzi che si può leggere nella breve introduzione che l’artista e uomo politico ha premesso al catalogo della sua mostra antologica aperta in questi giorni a Napoli a Villa Pignatelli.
Su questa dichiarazione ha giustamente richiamato l’attenzione anche Mario De Micheli nel suo saggio, critico anch’esso compreso nel catalogo:in effetti, il senso del lavoro artistico di Valenzi non può essere compreso se non è posto in relazione al lavoro politico e alle vicende che hanno scandito il lungo periodo di militanza. Una confessione che fa pensare a una breve, ma intensissima, poesia di Brecht, in cui lo scrittore tedesco si chiede che mondo è mai questo per cui un poeta si debba vergognare di cantare un albero in fiore.
Sta di fatto che Valenzi ha per lunghi anni e per interi periodi sacrificato la propria vocazione di pittore alla propria vocazione di politico: due sollecitazioni incoercibili, irrinunciabili, insopprimibili. Ma dobbiamo immaginare la durezza di certe scelte, il peso di un silenzio della pittura mentre la vocazione all’immagine chiede incessantemente di aprirsi un varco, di prendersi il proprio spazio. Personalmente, mi sono già incontrato con Valenzi pittore, prima della sua elezione a sindaco di Napoli avvenuta nel 1975: aveva esposto alla Libreria Macchiaroli (siamo nel ’73) ed io scriveva di critica d’arte sul «Mattino» di Napoli.
L’incontro rientrava dunque nel mio lavoro di routine, ma ricordo che fu un momento particolarmente suggestivo proprio perché le opere esposte parlavano di sé e di altro, di pittura e di vicende che con la pittura incrociavano i loro percorsi ma che dicevano anche di un altro destino. La mostra di questi giorni ci consente quindi di riprendere il discorso di allora e (cosa che conta di più) di concentrarlo maggiormente sull’opera pittorica, sul significato e sul valore autonomo di una esperienza artistica contrastata quanto si vuole ma che ha sempre saputo trovare le vie per il proprio dispiegamento.
Dopo un periodo iniziale a Tunisi, dove incontra alcuni artisti e stringe una stretta amicizia con Nino Corpora, Valenzi si trasferisce a Roma e vi resta un paio di anni (tra il ’30 e il ’31) e si inserisce nell’ambiente artistico romano che in quegli anni appare particolarmente fertile, grazie alla presenza si Scipione e di Mafai, ma anche di Levi, Pirandello… Le opere dipinte da Valenzi nei primi anni Trenta costituiscono un punto fermo nella storia dell’artista in quanto le indubbie suggestioni, provenienti dall’ambiente romano, vengono riprese e piegate da una sensibilità pittorica che sa mettere insieme analisi introspettiva e penetrazione realistica.
Nel ’32 ritorna in Tunisia dove viaggia nel sud del paese e conosce la vita dei nomadi della «foresta degli ulivi» presso Sfax, eseguendo tutta una serie di disegni che saranno poi ripresi in pittura più tardi. Come si verifica anche con i disegni della prigionia, eseguiti tra il’41 e il ’43, quando fu internato prima nel campo di concentramento di Kef e poi nel penitenziario di Lambèze. Si tratta di uno dei momenti più significativi dell’intero percorso di Valenzi: in questi disegni, l’artista rivela con bella evidenza le proprie capacità di presa diretta sul reale e nello stesso tempo di serrare la rappresentazione dentro strutture dotate di una loro forte autonomia.
Le doti di disegnatore di Valenzi trovano, del resto, una conferma piena anche in quelli apparentemente meno impegnativi, come accade nei bozzetti divertiti e divertenti che l’artista dedica ad amici e avversari politici colti negli atteggiamenti più vari e curiosi durante le interminabili sedute di lavoro