Una mostra di Strazza

Un pittore ascetico incontra i Cosmati, marmorari romani

LA GEOMETRIA felice di Guido Strazza. Due anni trascorsi in una rivisitazione dei grandi cicli decorativi dei Cosmati, i marmorari che operarono a Roma tra l’inizio del XII secolo e la fine del XIII e che hanno lasciato le loro testimonianze sui pavimenti e le pareti delle chiese, ma anche sulle facce degli amboni, sulle incorniciature delle porte, sulle colonne e sui portici. La geometria felice dei Cosmati. L’incontro è avvenuto nelle chiese di Roma e poi nello studio appartato dell’artista, al Testaccio, e ora nella galleria Giulia, in via Giulia 148 in una delle più belle mostre di questi ultimi anni presentata da uno scritto di Lorenza Trucchi, come sempre sottile e penetrante. Una sorpresa felice. Le pareti della galleria rimandano nello spazio circostante una gioia cromatica e una invenzione decorativa inesauribili, una esplosione di vitalità creativa. Forse ne è stato sorpreso lo stesso artista, che parla di questa sua esperienza recente con un calore, un trasporto che non gli conoscevamo: questo pittore ascetico, certamente il più calvinista dei nostri artisti, questo «anacoreta laico distaccato dai rumori del mondo», come lo definisce Lorenza Trucchi, non ha perduto neppure ora la sua misura, il suo elegante distacco, ma avverti nelle sue parole un fervore, una gioia contenuta, ma gioia, la stessa che ritrovi nelle sue tele e nelle sue carte in cui geometria e colore si accordano in un gioco combinatorio di una straordinaria inventività.

I partiti decorativi cosmateschi vengono riletti e reinventati con una sensibilità attenta ai valori della tradizione ma nello stesso tempo sorretta da una scaltrezza critica tutta moderna. L’invenzione si nasconde volutamente dietro lo schermo dei modelli ma si esprime attraverso scarti minimali, appena percettibili deviazioni della norma, quel tanto che basta, in ogni caso, per farci trovare di fronte a opere di assoluta originalità. Strazza si serve anzitutto del taglio, dell’inquadratura, della cornice per rileggere i modelli cosmateschi e inventare, a partire da essi, nuovi partiti formali: i tagli diagonali, l’isolamento di un dettaglio, che ne risulta ingigantito, oppure la resa delle accidentalità cromatiche e materiche di una superficie con un uso sofisticato del trompe l’oeil, l’acuità visiva con cui viene restituita sulla tela una trama geometrica o, all’opposto, l’immersione dei segni nella indistinzione di una materia pittorica magmatica, sono tutti espedienti linguistici che dimostrano nell’artista il possesso di una strumentazione elaborata nel corso di un lungo lavoro, di una operatività sorretta in ogni momento da una strenua consapevolezza critica. La stessa che ha sempre sorretto il lavoro di Strazza e che ora non è dimenticata ma la diresti messa in sordina per far più liberamente lievitare il piano emozionale ed assegnare un ruolo dominante al piacere, alla felicità dell’occhio.