Jean Dubuffet pittore del caso e dell’inconscio.
Per lui bambini e alienati mentali erano pure forme del sogno
«IN QUESTI giorni ho guardato a lungo l’antracite. Ho pensato molto all’antracite: mi sono sentito un po’ cambiato in antracite. Ma poiché dipingevo il corpo stupendo di una donna nuda, la mia ossessione mi portava a dipingerla nel colore secondo i caratteri dell’antracite, o almeno, in quella direzione, a metà strada: a metà antracite, insomma. Non vi pare ragionevole?». Così Jean Dubuffet ci parla del suo modo di pensare e di fare pittura in uno dei suoi testi più famosi, Prospectus, sfidando volutamente il buon senso e le aspettative consuete del lettore e dell’osservatore.
Ora che è morto all’età di 83 anni, Jean Dubuffet è entrato di diritto nel Olimpo artistico contemporaneo essendosi guadagnato, ormai da anni, quella fama di grandissimo artista che all’inizio erano solo in pochi a riconoscergli.
Dubuffet è stato, infatti, uno dei protagonisti di quella straordinaria avventura dell’arte contemporanea che è conosciuta con l’etichetta di arte informale e che cominciò a dare i primi segni durante la seconda guerra mondiale per diventare poi il fenomeno di gran lunga emergente nel panorama artistico del dopoguerra. Allo scandalo suscitato da quasi tutti i grandi innovatori di questa tendenza (penso a Pollock, a Tapiès, e da noi, in particolare a Burri), c’è da aggiungere per quanto riguarda l’opera di Dubuffet la sua predilezione per le manifestazioni estetiche dei bambini e soprattutto degli alienati mentali, che egli raccoglieva con grande amore e che gli diedero anche lo spunto per lanciare la poetica della cosiddetta Art brut.
Dotato di una forza creativa inesauribile, Dubuffet non ha mai finito di sorprenderci e anche recentemente abbiamo potuto avere una conferma piena delle sue grandi doti di pittore visitando la sala allestita dal padiglione francese all’ultima biennale veneziana. Ma non c’è dubbio che i momenti più alti della sua opera, quelli più dirompenti, che più hanno spalancato le porte su nuovi universi fino ad allora poco visitati dell’arte (il mondo dell’inconscio e della stessa follia) sono stati quelli degli inizi, quando l’artista ha saputo rifiutare in maniera radicale ogni procedimento tradizionale, anche quelli inventati dagli stessi artisti di avanguardia e crearne di nuovi, fondati sull’accettazione dell’inconscio e del caso. Ce lo dice, con la consueta lucidità, lo stesso artista, sempre in Prospectus, in una dichiarazione significativamente intitolata «Partendo dall’informe»: il punto di partenza — scrive dunque Dubuffet — è la superficie da animare — tela o foglio di carta — e la prima macchia di colore o di inchiostro che vi si getta: l’effetto che si produce, l’avventura che ne risulta. È questa macchia, a mano a mano che la si arricchisce, la si orienta, che deve guidare il lavoro. Non si fabbrica un quadro come una casa, partendo da rilievi architettonici, ma volgendo la schiena al risultato — a tastoni! A ritroso!».
Alla razionalità progettante, al dominio del conscio, Dubuffet oppone le ragioni, per così dire, del caso, riprendendo, in questo, la grande lezione aperta dai dadaisti e dai surrealisti, ma spingendola alle conseguenze estreme, proprio sulla base di una accanita e attenta frequentazione delle arti dei bambini e dei pazzi. In sostanza, l’artista francese oppone all’arte cosiddetta colta tutte le forme espressive primitive, selvagge, «brute», e non è un caso che una raccolta dei suoi appunti, meditazione, aforismi, rechi il titolo Asfissiante cultura. E allora, quando egli ci parla della analogia tra l’antracite e il corpo nudo di una donna, precisando che «fra un oggetto e l’altro c’è sempre una continuità, una strada che li unisce», egli apre le porte alle forze profonde dell’inconscio, alle facoltà dell’immaginazione (in cui si riconoscono solidali le espressioni dei bambini e degli alienati mentali come pure le forme del sogno) che scoprono analogie e corrispondenze là dove lo stato di veglia e la coscienza non vedono che cose e luoghi distinti e separati.
Ma restituiamo ancora una volta la parola all’artista, proprio nel momento in cui egli ci parla dell’Art brut: «Nell’arte ci sono (sempre e dovunque) due ordini. C’è l’arte solita (o colta) (o perfetta) (seguendo la moda del momento la si è battezzata arte classica, arte romantica, o barocca, o tutto quel che si vuole tanto è sempre la stessa cosa) e c’è (furtiva e selvatica come una cerva) l’arte che chiamiamo «Art brut». Gli autori non sono più artisti di professione — precisa ancora Dubuffet — ma si dedicano occasionalmente a questa attività; «le cose che fanno servono a loro uso e incanto, non pensano a una destinazione grandiosa, sono mossi solo dal bisogno di esternare le feste che si svolgono nel loro spirito. Arte modesta! Che spesso ignora perfino di chiamarsi arte».