Parlare pittura con rigore sperimentale
GUIDO STROZZA, Enrico Castellani e Carlo Battaglia, tre artisti largamente affermati nel panorama italiano, sono presenti attualmente nel calendario delle mostre romane con personali di diversa impostazione, ma tutte particolarmente significative.
Strazza presenta la sua produzione di opere su carta realizzata in un trentennio, dal 1955 al 1985, per questa sua antologica si è affidato all’intervento di tre gallerie, Il Segno, in via Capolecase, 4, L’Arco, in via Mario de’ Fiori 39/a la Galleria del Millennio, in via Borgogna 3. Strazza meritava ampiamente questo riconoscimento ed è curioso (ma poi lo è veramente?) che a pensarci non sia stata una istituzione pubblica, visto che gli ambienti di Castel Sant’Angelo, o di palazzo Barberini o Palazzo Venezia ospitano mostre a ripetizione a dir poco discutibili. Dobbiamo ringraziare, quindi, gallerie private per averci dato possibilità di rileggere in dettaglio l’opera di uno dei nostri artisti più rigorosi e nello stesso tempo più sensibili: giacché il lavoro di Strazza appare, lungo l’intero arco del suo svolgimento, caratterizzato da un rigore sperimentale che non concede nulla all’improvvisazione e alle mode, e nello stesso tempo dà una apertura in grado di cogliere le variazioni minime del sentimento, in virtù di un segno sensibile come l’ago di un sismografo. Dagli anni delle prime esperienze «informali» fino alla originale rilettura delle decorazioni cosmatesche, che segna la fase recente del suo lavoro, Strazza è rimasto sempre fedele a sé stesso, a una pittura vissuta con una dedizione totale, con una concentrazione che si potrebbe definire perfino ascetica se non fosse nutrita in profondità da una vena eudemonistica, da un felice fervore.
Anche l’opera di Enrico Castellani appare segnata da una profonda esigenza di continuità, di fedeltà a pochi principi che appartengono alla sfera dell’etica e dell’estetica. Le opere esposte in questi giorni all’Arco d’Aliberti, al n.19 della anonima via, dislocate lungo un arco temporale che va dai primi anni sessanta fino ad oggi, dimostrano ancora una volta la tenuta di una esperienza che si affida a pochi strumenti linguistici ma questi riesce a declinare con una sensibilità pronta a cogliere le variazioni minime della luce in virtù di un dispositivo che imprime alla superficie della tela un serrato contrappunto di introflessioni ed estroflessioni. Il quadro tende ad assumere una consistenza oggettuale, di opera fatta a mano che esibisce il processo che l’ha costruita, ma nello stesso tempo si presenta come un luogo di potenzialità, un ambiente in espansione percorso all’interno da frequenze differenti di luce, da un gioco alternato di pieni e vuoti, di rientranze e sporgenze, di negativo e positivo. L’opera, pur affermando con forza la propria presenza oggettuale diventa un luogo di condensazione simbolica, la metafora di una esistenza, di una «vita semplice» ricca di eventi interiori.
Ho scritto dell’opera di Carlo Battaglia circa dieci anni addietro e in seguito ho avuto diverse occasioni di incontrarmi con lui, nel suo studio, a «parlare di pittura». Fin da allora era preso da un pensiero dominante, quasi un’ossessione: dall’ idea di fare della pittura il luogo di costruzione di una struttura sintattica autonoma e nello stesso aperta a tutta una serie di rimandi metaforici, fino a includere addirittura la possibilità di farsi paesaggio. In quegli anni l’opera di Battaglia sembrava orientata in tutt’altra direzione, nel senso cioè di una costruzione del quadro fondata su una pura interrelazione dei segni tra loro. Eppure non mancavano, già allora, indizi di una tendenza diversa, più segreta ma non per questo meno significativa, che spostava l’accento verso un’arte di visione, aperta alle apparenze fenomeniche. Nelle opere recenti, esposte in questi giorni nella galleria «L’Isola», in via Georgiana 5, ciò che apparteneva al dominio dl virtuale è diventato un fatto concreto, sicché la struttura autonoma dei segni può ospitare, senza pregiudizio,una esigenza di rappresentazione e soddisfarla tenendo come punti di riferimento i temi archetipi dell’isola e del mare. L’artista si colloca, in definitiva, in una zona intermedia, in una sorta di luogo di confine che divide e nel tempo stesso mette in relazione «astrazione» e «figurazione», attestandosi in bilico su questa linea sottile e accogliendo simultaneamente le sollecitazioni provenienti dalle due polarità complementari. La suggestione e la forza d’impatto di questi dipinti recenti derivano appunto da questo, dal fatto che essi parlano pittura senza rinunciare a una relazione profonda con l’universo fenomenico. Per queste sue opere Battaglia ha scritto un testo suggestivo che reca come epigrafi i versi di alcuni poeti della grande tradizione letteraria. Ne vorrei aggiungere uno anch’io, suggerendo all’amico artista questo verso di amica poetessa: «Il segno mare è un segno o un mare?».