Un messaggio pessimistico, apocalittico.
Artista attento Goebbels ti guarda
LA MOSTRA che Fabio Mauri ha allestito nella galleria di Mara Coccia, in via del Corso 530, è la conferma della continuità di una esperienza o, meglio, di uno stile che si è identificato non tanto con un particolare genere artistico o con un determinato orientamento linguistico, quanto con un atteggiamento mentale che riconosce all’opera la sua autonomia, il suo essere per sé, ma nello stesso tempo la inserisce in un discorso che in qualche modo attraversa e trascende l’opera stessa. Ciò che vuole l’artista è anzitutto la pronunzia di un giudizio non più rivolto solamente ai fatti dell’arte, come avveniva nelle declinazioni più ortodosse dell’Arte concettuale, ma disposto ad uscire allo scoperto con maggiore franchezza e scontrarsi con le condizioni del reale.
Per questa ragione Mauri non si accontenta della immediatezza accattivante dell’immagine, anche se tra tutti gli artisti che conosco è uno di quelli che la sa più lunga in proposito; più che sul rapporto diretto tra i segni e i riferimenti che questi recano con sé, il discorso di Mauri si insinua, per dirla con Focault, tra le parole e le cose, ottenendo una sorta di scollamento che fa passare il significato complessivo dell’operazione. La conseguenza è che la indiscussa fascinazione esercitata dalle immagini e dagli oggetti, con i quali l’artista costruisce le sue messe in scena, viene in qualche misura distanziata per lasciare affiorare in primo piano il contenuto mentale, il giudizio, appunto, profondamente nutrito di sostanza ideologica. Da questo punto di vista, gli allestimenti di Mauri tendono a una sorta di teatralizzazione dell’arte, si presentano tutti come complesse macchine allegoriche. E un’allegoria è, in definitiva, anche l’installazione messa su in questi giorni nella galleria romana, una allegoria, direi, dell’arte moderna, dell’arte di avanguardia o sperimentale, o, forse, meglio, dell’arte tout court e del suo destino nell’epoca della comunicazione di massa. Ma vediamo come.
Anche questa volta, il tema è enunciato con chiarezza lapidaria mediante una scritta, una didascalia che è anche il titolo dell’operazione — Entartete Kunst — realizzata con grandi lettere dipinte in nero a olio su tela. Il discorso volge, quindi, subito a una situazione storica famosissima, alla condanna, cioè, dell’arte moderna come entartete Kunst, come arte degenerata, compiuta nel ’37 dai nazisti. Sulla parete, sotto la grande didascalia, Mauri ha collocato due tele monocromatiche in giallo e in rosso, due colori tersi e squillanti che tanto fanno pensare alla tradizione moderna. In mezzo alle tele, appoggiata a terra, c’è una piccola scultura in bronzo rappresentante Goebbels, il teorico della “cultura” nazista, con il viso rivolto verso l’osservatore con una espressione di allucinata provocazione. Mauri ha montato l’insieme sulla parete di fondo della galleria puntando sulla centralizzazione e sulla frontalità oltre che su un rigoroso ordine simmetrico: ne risulta una immagine complessiva di una grandissima forza d’impatto, quasi si trattasse di una singolare pala d’altare, di una icona della violenza e della barbarie. L’impressione di sacralità dolente, di religiosità ferita, è confermata e rinforzata da una scultura lignea rappresentante un Cristo in croce vestito con un elegante abito da sera confezionato nel ’32 dal sarto Caraceni. Ancora una immagine simbolica, o, più precisamente, un’allegoria che ci parla del destino dell’artista nel momento in cui abbandona la sua opera ai meccanismi ferrei del mercato e della moda: un destino (è questo che ci vuol dire Mauri?) che non è poi monto diverso dalla sorte riservata alle avanguardie dalla condanna nazista. Insomma, c’è sempre qualcuno che stabilisce, di volta in volta, ciò che è bene e ciò che è male, quel che è ammesso e quel che è entartete: sicché l’arte d’avanguardia, sperimentale, di ricerca, è destinata in ogni caso ad essere emarginata, o in modo burocratico e violento, come è accaduto nei regimi totalitari storici, o in maniera più lenta e dolce, ma non meno mortale, come è avvenuto e avviene con forza sempre crescente nell’odierna economia di mercato.
Un giudizio pessimistico, apocalittico, questo che Mauri ci propone intorno al destino dell’arte nel mondo moderno? Non mi sentirei di affermarlo, non fosse altro per la qualità formale raggiunta dal lavoro dell’artista (e la qualità resta, nonostante tutto, un valore, un modello di riferimento). Ma, questo sì, si tratta di una appassionata presa d’atto intorno allo stato delle cose e di un giudizio disincantato, asciutto, perturbante e proprio per questo estremamente salutare.