L’occhio diagnostico vuole la sua parte: anzi, tutta

Approfittando del big carnaval che ruota intorno ai presunti falsi Modì, alcuni critici teorizzano sulle «trappole dell’arte moderna»

DI QUESTA storia di Modigliani si sta parlando molto, forse anche troppo. E di più se ne parlerà certamente dopo il big carnaval messo in scena dalla televisione con l’immancabile asso nella manica (non era questo il titolo italiano del famoso film di Wilder?) dei giovani che scolpiscono Modigliani dinnanzi al notaio. Mancava (peccato) Mike Bongiorno per completare il tutto.

Ma non è solo di questo che vorrei discutere in questo mio intervento, anche se alcune affermazioni degli esperti intervistati intorno ai procedimenti di attribuzione del vero e del falso in materia d’arte esigono un approfondimento e una messa a punto ulteriore. Vorrei entrare in argomento da un’altra parte, dalla finestra aperta da «La Stampa» con l’articolo di Federico Zeri intitolato «Mistero buffo dei 3 ‘Modì’» apparso sul giornale torinese l’otto settembre. Il problema delle sculture ritrovate nel Fosso Reale di Livorno è quasi un pretesto per l’autore dell’articolo al quale interessa dimostrare altre cose, a cominciare dalle «trappole dell’arte moderna» che si presterebbe troppo facilmente alle falsificazioni in quanto non ha tutti i requisiti che fanno grande, e veramente, tale arte: «Annullato (in quanto superfluo residuo di una morta tradizione) il dato tecnico, quando anche uno sbadiglio o il nodo di un pacco vengono considerati opere d’arte, il filo tra vero e falso viene a fondersi in un unico calderone in cui, come in talune zuppe di verdura, tutto è buono, tutto fa brodo». L’argomentazione, come si vede, viene portata con un voluto buon senso proprio per catturare il consenso del pubblico intorno a uno dei più abusati luoghi comuni riguardante l’arte moderna, dimenticando (o facendo finta di dimenticare) che l’arte moderna si è guadagnati i suoi più importanti titoli di nobiltà proprio mettendo in crisi il buon senso borghese. Ma l’aspetto più inquietante dell’articolo di Zeri non è ancora questo, bensì l’accento che non saprei definire altrimenti che «zdanovista» del suo discorso, quando afferma che «l’arte contemporanea è uno smaccato fenomeno di élite, ad uso e consumo degli intellettuali; ed è deplorevole che la corrente critica di ispirazione marxista si sia lasciata irretire da questi (come accadde nell’Unione Sovietica degli Anni 20) e non li abbia combattuti come meritano».

Ma lasciamo Zeri con il suo rimpianto della svolta burocratica della cultura sovietica e ritorniamo a Modigliani o, meglio, alla trasmissione televisiva di lunedì sera. Anche ora vorrei fare qualche considerazione più generale su alcune tesi sostenute dallo stesso Zeri e da Calvesi, i quali hanno affermato che il riconoscimento dell’autenticità di un’opera d’arte si fonda essenzialmente sulle capacità discriminanti dell’occhio critico, mentre tutto il corredo di prove tecniche, che il progresso scientifico ha messo a disposizione anche della storia dell’arte, non avrebbe che un peso scarsissimo se non addirittura nullo. Non posso nascondere un certo stupore di fronte ad affermazioni di questo tipo che sembrano riproporre una interpretazione un po’ stregonesca e misterica dello storico e del critico,una figura che mi ha fatto pensare immediatamente a quelle mitiche personalità di medici che facevano la diagnosi a colpo d’occhio. Certo, nessuno pensa che le prove tecniche siano in grado, da sole, di darci un giudizio definitivamente certo sul vero e sul falso. Si tratta di un corredo di elementi che concorrono con altri alla ipotesi conclusiva. Ma mi pare difficile, allo stato attuale delle conoscenze e delle pratiche, sostenere che l’occhio critico possa fare a meno (non è questo il caso livornese) che so della indagine radiologica o delle tecniche di datazione con il carbonio. È quello che Argan ha cercato pacatamente di far capire con il suo intervento, tenuto volutamente sui registri freddi per creare uno stacco salutare con l’atmosfera, appunto, da big carnaval della trasmissione televisiva.

Per la faccenda livornese ci sono ancora delle indagini tecniche da eseguire e converrebbe attenderne l’esito, anche perché resta in ogni caso il problema delle altre due sculture.