Da oggi la 41a Biennale veneziana.
Il tema c’è manca lo svolgimento.
LA XLI Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale Veneziana, che si inaugura oggi ai Giardini di Castello e nei Magazzini del Sole alle Zattere, si è dato un tema, un argomento intorno al quale far ruotare le diverse manifestazioni e le diverse presenze: «Arte e arti. Attualità e storia» è il nucleo tematico scelto dal curatore dell’esposizione, Maurizio Calvesi, e dai suoi più stretti collaboratori, i quali hanno voluto così orientare questa edizione della Biennale sul rapporto, anzitutto, dell’arte figurativa con le altre esperienze estetiche, dall’architettura al teatro, ai mass-media, e, in secondo luogo, sulle relazioni tra la pratica artistica nel suo farsi e la tradizione storica, recente e remota.
Come è noto, la prima parte del programma è venuta meno anche per ragioni economiche per cui è rimasta in piedi, sostanzialmente, soltanto la sezione in un primo tempo denominata «Arte e arte» (in relazione dialettica con le altre sezioni) e poi intitolata «Arte allo specchio»: e questo, naturalmente, ha nociuto non poco alla impostazione generale della mostra che appare monca e sbilanciata. Il secondo assunto dell’esposizione, il rapporto con la storia, è stato scelto dal curatore per sostenere, in definitiva, quelle esperienze artistiche attuali, conosciute con diverse etichette, tra cui le più note sono «arte anacronistica», «ipermanierismo», «pittura colta», che fanno del ricorso al passato il centro della propria operazione. Si tratta di artisti che riprendono temi e modi linguistici della tradizione storica, dal rinascimento al neoclassicismo, in chiave dichiaratamente antimoderna.
All’interno delle diverse pratiche artistiche attuali, più o meno tutte dedite alla ripresa storicistica e alla citazione eclettica (una caratteristica comune, tipica della cosiddetta condizione postmoderna), l’arte anacronistica appare più direttamente coinvolta in un orientamento di tipo neo-accademico, moderato, se non proprio reazionario, e per queste ragioni assai vicina a certe declinazioni dell’arte italiana sviluppatesi nei primi anni venti e meglio conosciute sotto il nome di Novecento. Anche allora il diffuso rifiuto delle esperienze di avanguardia portò gli artisti a ricercare un rapporto con la storia dell’arte, tanto che uno dei protagonisti del futurismo, Carlo Carrà, predicava un ritorno a Giotto.
Si aggiunga che il fenomeno è prevalentemente, se non esclusivamente italiano e che, all’interno stesso del panorama dell’arte in Italia, si presenta come un aspetto molto limitato e (a parte gli ultimi cambiamenti alla moda) ristretto, e si capirà come l’impostazione di questa Biennale risulta, alla fine, di stampo alquanto provinciale. Cosa che non pochi critici stranieri ci hanno fatto cortesemente osservare nei giorni della vernice veneziana. Ma l’aspetto meno convincente di questa edizione consiste nelle palesi forzature interpretative che rileggono l’intero percorso dell’arte del nostro secolo in questa chiave storicista con una impostazione teorica e metodologica di tipo evoluzionistico: sicché il povero visitatore si trova di fronte a una sorta di ragionamento retorico capzioso, a uno zoppicante sillogismo che trova la sua trionfante conclusione nell’opera dei nostri bravi anacronisti, da Mariani a Piruca, da Di Stasio a Galliani, da Bartolini a Giorda, da Garouste a Lebrun, e così via, fino a toccare l’arte pompier di Ongaro.
Come se tutto questo non bastasse, i curatori della mostra non sono riusciti a sostenere il loro sillogismo con buoni argomenti, ossia con opere veramente significative: non è proprio ammissibile che una mostra storica della Biennale sia sostenuta da opere minori come quelle che abbiamo visto nel padiglione centrale (penso a Duchamp, a Picasso, ma soprattutto a De Chirico, la cui sala sembra il risultato di una selezione alla rovescia, quasi che i curatori si fossero dati il compito di scegliere le cose più brutte di questo artista grandissimo ma notoriamente discontinuo). Certo, lungo il percorso, ci sono delle pause ristoratrici, spazi in cui emozione e intelligenza si ridestano insieme in un piacere estetico: penso, in particolare, a Picabia, a Savinio, alle sale di Paolini, Parmiggiani, Schifano e Festa, Vettori Pisani, di Anne e Patrick Poirier. Ma sono episodi, che stanno per sé, che si godono proprio se li si guarda al di fuori del quadro generale di riferimento, dove, in fondo, essi non si ritrovano affatto a proprio agio.
Naturalmente dovremo ritornare su questa edizione della Biennale, che non si esaurisce con la sezione di «Arte allo specchio». Fortunatamente. Intanto, qui accanto, Lorenzo Mango scrive delle presenze degli artisti più giovani ai Magazzini del Sale e nei prossimi giorni si parlerà delle altre parti della mostra, a cominciare dai padiglioni stranieri. Ma prima di chiudere, non posso non fare un’ultima considerazione, non posso cioè non esprimere tutta la delusione per un’altra occasione perduta dalla Biennale veneziana per riprendere con autorità il suo più autentico ruolo di termine di riferimento autenticamente internazionale.