Quella frase scritta al neon sul muro
LA STAGIONE artistica romana si è aperta con un avvenimento di notevole portata quale è senza dubbio la mostra personale dell’artista americano Joseph Kosuth presentata da Mario Diacono nella sua galleria di piazza Mignanelli 25. Kosuth, si sa, è unanimemente considerato uno dei protagonisti di quella singolare esperienza che è l’Arte concettuale, sviluppatasi soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra nella seconda metà degli anni sessanta. Si tratta di una esperienza che ha posto con estremo rigore il problema di una autoriflessione dell’arte, ossia di una indagine che prenda a proprio oggetto l’arte stessa e i suoi strumenti linguistici. L’opera in senso tradizionale viene sostituita da una proposizione linguistica il cui significato non dipende dalla sua corrispondenza con un dato di realtà quanto dal sistema di relazione che si stabilisce, al suo interno, tra una espressione e un’altra espressione.
Le proposizioni concettuali si presentano quindi nella forma di enunciati analitici, nel senso che questo termine possiede nell’ambito della logica. È stato lo stesso Kosuth a chiarire questo aspetto fondamentale della esperienza concettuale: «L’arte opera secondo una logica (…) il tratto caratteristico di una ricerca puramente logica è che essa è interessata alle conseguenze formali delle nostre definizioni (dell’arte) e non alle questioni empiriche».
La mostra allestita da Mario Diacono è formata da una sola opera dell’artista americano eseguita nel 1981 e intitolata Seeing Reading (Veder leggere): anche in questo caso si tratta di una proposizione linguistica, di «una frase scritta al neon attaccata alla parete in una linea ininterrotta» che dice: «Questa frase, oggetto e opera si completa mentre ciò che si legge costruisce ciò che si vede».
Il confronto con un’opera ormai classica dello stesso Kosuth è quasi d’obbligo: si tratta di uno dei primi lavori, datato 1965, consistente in una scritta al neon enunciante la seguente proposizione: «Neon electrical light english glass letters white eight» ovvero: «Otto (parole) bianche (in) lettere (di) vetro inglese (di) luce elettrica (al) neon». Ancora una proposizione linguistica, quindi, con cui l’opera definisce se stessa mediante un enunciato tipicamente tautologico. Ma nel momento stesso in cui l’opera si autodefinisce ci dice qualcosa non solo su se stessa (un neon bianco elettrico ecc.), ma anche che si tratta di un’opera d’arte e, per astrazione progressiva, che l’arte in generale è proprio questo, proposizione linguistica. Il Neon di Kosuth si può considerare, quindi, un vero e proprio manifesto dell’Arte concettuale non solo perché essa rappresenta la prima riduzione dell’opera d’arte a un enunciato linguistico, a una frase, ma anche per il carattere rigorosamente tautologico della sentence.
Nell’area concettuale, infatti, si fa un uso frequente della tautologia proprio per pervenire a una definizione esatta dell’opera e dell’arte sottraendola alla ambiguità e alla molteplicità di significati proprie delle definizioni tradizionali. Così, ad esempio, un altro artista americano, Wilson, alla domanda quale sia la sua posizione intorno al problema dell’arte, risponde: «La mia posizione è questa, che è opportuno che ci sia una discussione sull’arte affinché si possa stabilire se è opportuno che ci sia la discussione sull’arte».
È evidente che la tautologia diventa anche una tecnica di provocazione e una pratica dell’ironia per ritorcere sull’interlocutore, e sul contesto culturale di cui questi fa parte, ogni tipo di interrogazione sull’arte posta in termini retorici, ossia col sottinteso di avere già bella e pronta la risposta. Ma l’apporto positivo dell’Arte concettuale è di ordine più generale: proprio per il suo atteggiamento analitico essa ha contribuito a fare giustizia di tutta una serie di false certezze intorno all’arte ed è pervenuta a una descrizione del fatto artistico in chiave specificamente linguistica, delimitandone con rigore l’ambito disciplinare in rapporto con altri discipline e sistemi. Si tratta cioè del tentativo di una definizione di campo in cui l’arte stabilisca con precisione i propri confini anche in rapporto alla critica, che viene ora considerata del tutto inutile in quanto l’interpretazione dell’opera viene rivendicata dall’artista stesso. I concettualisti, e Kosuth tra loro, sembrano, per la verità, rendersi conto, ad un certo punto, del rischio di rimanere prigionieri di una teoria tautologica dell’arte in cui la posizione stessa dell’osservatore si riduce a una sorta di presa d’atto dei significati stabiliti in maniera univoca, e una volta per tutte, dall’artista.
L’opera di Kosuth esposta a Roma in questi giorni esprime bene il rapporto di continuità e di discontinuità esistente tra il lavoro recente dell’artista e le opere più specificamente concettuali: la parentela tra Neon del ’65 e questo Seeing Reading del 1981 è evidente, al punto che anche quest’ultima può sembrare, a tutta prima, una proposizione tautologica; ma l’elemento di discontinuità tra le due fasi della ricerca di Kosuth viene posto chiaramente in luce dal più diretto coinvolgimento del lettore che l’opera recente implica a partire dalla sua stessa struttura linguistica.