Le Corbusier architetto e urbanista, pittore e scultore. Le Corbusier autore di pamphlets e di slogans fortunati, scrittore, quindi, dotato di una chiarezza cartesiana e di una coinvolgente capacità comunicativa. Nella occasione della sua mostra veneziana (di cui scrive qui accanto Angelo Trimarco) vorrei soffermarmi su un altro, e non meno importante, aspetto della personalità corbusieriana:il teorico, ma vorrei dire il filosofo che guarda all’ architettura come a un mezzo per la trasformazione della società. Come per molti artisti di avanguardia anche per Le Corbusier il termine di riferimento della propria opera si situa al di là dell’arte, oltre l’architettura. Egli guarda direttamente alla vita. Studia la struttura della società macchinista ma ha in mente uno studio ulteriore della evoluzione sociale, un terzo tempo in cui sarà possibile recuperare l’organicità della condizione pre-industriale e pre-meccanica e ridare così ai risultati raggiunti dalla prima era macchinista un nuovo fondamento comunitario. Al di là dell’individualismo e dell’utilitarismo borghesi, Le Corbusier ripropone l’ideale di Ruskin e di Morris, di un Medioevo profondamente nutrito di religiosità. Partecipazione e unanimismo, fondamenti primari della mentalità primitiva ancora intimamente legata alla natura, reggono la condizione dell’Europa medioevale, quando le cattedrali erano bianche.
La ricognizione condotta da Le Corbusier all’interno della «civilisation machiniste» si prefigge due scopi fondamentali:mettere in risalto le possibilità di rinnovamento della tecnica moderna e nello stesso tempo scoprire qualsiasi segno che indichi la presenza di una spiritualità comunitaria e la sopravvivenza di una mentalità partecipazionista . Il campo di osservazione privilegiato gli è fornito dagli Stati Uniti e in particolare da New York, dove egli individua la compresenza di forze contraddittorie che attendono di essere riesaminate e indirizzate verso la reciproca integrazione. Ciò che colpisce l’artista europeo al suo primo impatto con la realtà americana è infatti lo spirito corale e la vita comunitaria delle minoranze negre, ma soprattutto la musica jazz, in cui la sensibilità meccanica del mondo moderno si arricchisce di umori diversi, provenienti da lontane radici etniche. Le Corbusier coglie il carattere nuovo della musica jazz, il fatto cioè che questa non consente un ascolto di tipo contemplativo e distaccato, ma coinvolge il fruitore a un livello psico-fisiologico:si tratta, egli scrive nel suo reportage dall’America contenuto nel volume Quand les cathédrales étaient blanches del 1937, «di una musica così potente, così irresistibile psico-fisiologicamente da strapparci alla passività dell’ascolto e a farci danzare o gesticolare, partecipare».
Il jazz è sentito da Le Corbusier come una realtà potente, e, nello stesso tempo, come una garanzia di una possibilità futura, del recupero cioè di una nuova dimensione globale, di una partecipazione comunitaria nel senso della civiltà meccanica, frammentaria, individualistica. Il jazz riunisce, infatti il meccanico e il naturale, «racchiude il passato e il presente, l’Africa con l’Europa pre-meccanica e l’America contemporanea». Il Savoy, l’immenso dancing negro di Harlem, assume agli occhi di Le Corbusier il significato del luogo iniziatico dove si celebra questo connubio e si anticipa il futuro, così come Armstrong, l’imperiale Armstrong dalla voce «profonda come un abisso, come un buco nero», ne è il sacerdote e il profeta.
Il jazz segna quindi il passaggio della musica in comportamento vitale, dell’arte in evento e pertanto costituisce un modello che l’architettura deve tenere presente se vuole realizzare il proprio compito fondamentale e più urgente:trasformarsi da uno stile codificato e vento e contribuire, così, alla «mise en ordre du temps présent». Ma leggiamo quel che ne scrive Le Corbusier: «Il jazz, come il grattacielo, è un evento è un evento e non un’opera conclusa. Sono le forze attuali. Il jazz è più avanzato dell’architettura. Se l’architettura si trovasse nel punto in cui è il jazz, sarebbe uno spettacolo inaudito. Lo ripeto:Manhattan è un hot-jazz di pietra e di acciaio. È pur necessario che il rinnovamento abbia inizio da un punto. I negri hanno fissato questo punto mediante la musica. La loro anima semplice ha fatto nascere la riforma delle profondità e l’ha collocata nel tempo presente»