Dalla Babele degli stili si riaffaccia il progetto.
Nella dispersione delle scelte e delle proposte, l’arte torna a cercare una sua «verità»
PIÙ che mai, la situazione dell’arte e della critica vive sotto il doppio segno della centralizzazione e della vaporizzazione. Esiste, di fatto,un fenomeno che tocca i luoghi di produzione, di distribuzione e di consumo dell’arte contrassegnato da un forte aumento quantitativo e da un marcato movimento centrifugo. Gli artisti (la produzione) vivono non più soltanto nei grandi centri, nelle capitali culturali, ma si dispongono sull’intero territorio formando una mappa estremamente variegata e mossa; lo stesso può dirsi dei loro compagni di strada – i critici – che da qualche anno ci inviano i loro messaggi dai punti più diversi e lontani della penisola. Anche per quel che concerne la distribuzione si registra un fenomeno di decentramento, legato sia alle iniziative delle gallerie private sia ( ma in questi ultimi dieci anni direi soprattutto) a quelle di natura pubblica per il tramite delle gallerie civiche e degli assessorati alla cultura degli enti locali. Di pari passo anche il consumo è venuto assumendo una fisionomia mobile, presentandosi nelle forme di un consumo disseminato, che tocca un collezionismo «minore», ma non per questo meno significativo in termini di cultura e di mercato.
Il segno più rilevante di questo fenomeno di disseminazione generalizzata è a ritrovare, tuttavia, nel cuore stesso dei procedimenti che caratterizzano l’odierna produzione dell’arte e dalla critica. Anche qui sono venuti a mancare i punti di riferimento «forti», di ordine culturale e ideologico, ai quali avevano guardato gli artisti e i critici degli anni sessanta e settanta, ed ha avuto sempre maggiore fortuna lo slogan lyotardiano del «si può leggere tutto e in tutte le maniere» con la prevedibile estensione ai campi del fare arte e del fare critica. Ne è derivata una moltitudine di «stili», una dispersione delle proposte e delle scelte, il cui unico denominatore comune è la comune riluttanza a cercare un qualche fondamento stabile e certo del proprio statuto disciplinare.
Questa condizione di mobilità e di dispersione, questa sorta di babele delle lingue ha avuto senza dubbio una rilevante critica di rinnovamento e di rianimazione estetica, trovando forse, al di fuori dell’arte intesa in senso stretto, le vie del proprio pieno dispiegamento. La cultura dell’«effimero» è stata appunto questo, una pratica culturale vissuta sotto il segno doppio della centralizzazione (l’uso di luoghi fortemente connotati in senso storico e simbolico) e della disseminazione della fruizione estetica da parte dei gruppi e dei singoli soggetti.
Nel campo proprio dell’arte e della critica le spinte alla moltiplicazione e alla dispersione delle lingue e degli stili hanno portato alla perdita dei criteri tradizionali sui quali si fondeva il giudizio di valore e, forse, anche questo può essere considerato come un fenomeno sia pure transitoriamente positivo. Ma alla vaporizzazione dei fondamenti del giudizio e alla dispersione delle scelte compiute dai critici si contrappone una forte tendenza alla centralizzazione da parte del mercato che non può sostenere la babele delle lingue, ma è costretto, per la sua stessa natura, a concentrare le proprie scelte e a trasmettere al consumatore poche ma non discutibili certezze. All’interno delle situazioni produttive, anche estremamente complesse e variegate, il mercato interviene quindi con indicazioni perentorie e in qualche misura arbitrarie, non perché le sue scelte siano intrinsecamente prive di valore, ma in quanto ritaglia per sé aree limitate e queste predilige decidendo, per una sorta di convenzione, che esse rappresentano i valori artistici del momento da consegnare al futuro della storia dell’arte e alla tesaurizzazione dei collezionisti.
Ciò che, in passato, era dettato dalle estetiche normative, che si fondavano sui principi filosofici generali e da questi deducevano i criteri di valore per l’arte ( ma non solo per l’arte); ciò che, in un passato più recente, è stato costruito con l’impiego di metodologie il più possibile formalizzate, anche in relazione alle nuove pratiche della scienze umane, oggi appare disperso in una molteplicità di linguaggi e in una estrema varietà di approcci interpretativi, che amano affidarsi ai giochi di scrittura più che tentare la ricerca di nuovi fondamenti di identità e di legittimazione.
Ma l’esigenza di trovare dei criteri valutativi dotati di una più forte portata intersoggettiva non può essere del tutto trascurata o rimossa: a me sembra più che mai necessario che la critica se ne renda pienamente conto e di questa consapevolezza faccia il punto di avvio per la messa a punto di procedimenti più costruttivi, rinunciando sia alla pura e semplice performatività sia al compiacimento narcisistico dei giochi di scrittura. In attesa di questo cambiamento, il mercato resta, paradossalmente, il più accreditato interprete di quella esigenza, fornendo punti di riferimento certi con l’aiuto, s’intende, degli strumenti della comunicazione specializzata e di massa. In questa operazione, il mercato segue naturalmente le proprie motivazioni e i propri fini, che non sono per necessità contrari ai criteri che guidano le scelte culturali (come predicano i dominizzatori del mercato), ma nemmeno possono essere identificati con questi (come vogliono indurci a credere, non del tutto disinteressatamente, i laudatori incondizionati del tempo presente).