Il futuro delle metropoli argomento della XVII Triennale
MILANO. C’è una città come progetto, come distribuzione razionale di funzioni, come previsione di possibili sviluppi futuri: è la città vagheggiata e progettata dal razionalismo storico e dagli urbanisti. Ma la città in cui viviamo, oggi, è molto diversa, è piena di incongruenze, di cose brutte, di grovigli inestricabili: è la città data e non progettata, imprevista, aggressiva, inglobante, che vorremmo diversa, ma che è là e non possiamo non scontrarci quotidianamente con essa. Eppure, nonostante il disordine, l’incongruo, le contraddizioni, questa città assume, alla fine, un aspetto familiare, una presenza tangibile alla quale non sapremmo più rinunciare.
A questi due aspetti della città moderna, racchiusi dentro le popolarità opposte del progetto e della casualità, dell’ordine e del disordine; è, dedicata la 17a edizione della Triennale milanese che si è inaugurata in questi giorni. «La città del mondo e il futuro delle metropoli» è infatti l’argomento intorno al quale ruota l’intera e complessa macchina della manifestazione che conclude un ciclo di mostre di notevole richiamo, come le tre grandi esposizioni realizzate tra il 1986 e il 1987 «il progetto domestico: archetipi e prototipi per la casa dell’uomo», «Il luogo del lavoro: dalla manualità al comando a distanza» e «Le città immaginate: un viaggio in Italia. Nove progetti per nove città».
Si tratta come si vede, di un progetto complessivo di grande ambizione culturale, in cui i fatti dell’architettura, dell’urbanistica, del design sono posti a confronto con le imponenti trasformazioni sociali della fine del secondo millennio. E non si può che convenire con il presidente della Triennale Eugenio Peggio che nella sua introduzione al catalogo (edito da Electa) sottolinea, con soddisfazione, la riconquista da parte della istituzione milanese del suo tradizionale ruolo internazionale. Un ruolo che le vicende politiche italiane, la crisi delle istituzioni che ha coinvolto la Triennale, la Biennale e la Quadriennale, le stesse contraddizioni interne al campo proprio della progettazione, in architettura, in urbanistica e nel design, hanno seriamente minacciato in questi ultimi decenni. Il rischio, quanto mai reale, consisteva infatti nella intenzione del Bureau International des Exposizions di trasferire ad altri paesi la funzione, riconosciuta e attribuita già negli anni venti alla Triennale di Milano, di centro internazionale della cultura del progetto.
L’importanza della scelta compiuta dalla Triennale si comprende ancora meglio se si tiene conto che, dopo le esposizioni europee e americane dell’inizio del secolo, non ci sono stati grandi confronti su questo tema né in Europa né in altri continenti: cosa tanto più singolare se si pensa alle imponenti trasformazioni che hanno caratterizzato la vita delle grandi metropoli moderne dagli inizi del secondo dopoguerra fino ad oggi. Per questo, c’è stata un’ampia adesione di paesi europei ed extra-europei alla manifestazione milanese, ciascuno presente con un proprio ambiente collocato all’interno di un percorso che guida il visitatore e gli fornisce una serie imponente, ma nello stesso tempo chiara, di informazioni.
La mostra si articola essenzialmente in cinque parti:1) la sezione introduttiva dedicata all’Immaginario nella metropoli; 2) le Sezioni Internazionali in cui i vari Paesi (14 oltre l’ONU e alla CEE) presentano progetti e analisi delle rispettive realtà metropolitane; 3) la sezione Italia con una proposta Per la città più bella; 4) la mostra Oltre la città la metropoli, in cui i problemi urbanistici vengono affrontati insieme a quelli dell’arte, della grafica e del design; 5) le rassegne audiovisive, con mostre fotografiche, film e documentari. Dopo una introduzione dedicata ai diversi modi di rappresentazione della realtà urbana (dalla cartografia alla statistica, dalla grafica all’architettura, dall’arte al design e alla fotografia) si entra nel lungo serpentone della mostra con le stazioni rappresentate dalle sezioni dei diversi paesi, gestite autonomamente. Non si può negare che il percorso generi, ad un certo punto, una sensazione di stanchezza psicologica, un senso di ripetizione che la pur notevole diversità di impostazione dei singoli stands non sempre riesce a cancellare. Il fatto è che finisce con l’imporsi una certezza orizzontalità del percorso dovuta al sistema della rappresentazione, affidato a fotografie e a brevi didascalie: ne deriva, alla fine, una obbiettiva difficoltà di penetrare problematicamente nelle diverse realtà metropolitane e nazionali, accanto alla impressione di trovarsi all’interno di un percorso, raffinato quanto si vuole, ma pericolosamente vicino agli stands pubblicitari di un’agenzia di viaggio.
La selezione d’Italia, curata da Marco Romano, docente di urbanistica a Venezia, non è priva, tuttavia, di spunti interessanti, visivamente coinvolgenti: ha inizio con una frase che sottolinea la carenza attuale degli edifici a destinazione collettiva e la sovrabbondanza, invece, di case d’abitazione, ricche di tutti i «conforts» ma privi di qualità estetiche. Il territorio prescelto è la Padania, assunto come campione significativo di un fenomeno comune a molti paesi europei. Il visitatore è accolto da una carta d’Italia vista dal satellite e da una striscia rossa che attraversa alla Valle Padana; subito dopo attraversa un lungo corridoio, tappezzato di fotografie scattate da Gabriele Basilico e riproducenti un paio di centinaia di tipologie di case di abitazione, che costituiscono di fatto il vero e proprio tessuto architettonico del territorio e dell’intero paese. Si tratta di case anonime costruite da architetti e da geometri, assolutamente privi di scatti di immaginazione creativa, appiattite su una idea privatistica, chiusa, soffocante, di benessere. Ne vien fuori un quadro veramente allarmante di una realtà in cui siamo tutti implicati e dalla quale non si intravedono possibili vie di uscita a meno che non si recuperi una nuova idea di progetto, in cui tecnica, estetica e politica concorrano insieme a riconfigurare l’ambiente in cui viviamo.