L’operazione di recupero storico che la cultura italiana viene conducendo, ormai da molti anni a questa parte, dei fatti salienti dell’arte contemporanea e in particolare di movimenti di avanguardia della prima parte del secolo, non può essere disgiunta da una verifica e, là dove occorre, da una revisione degli strumenti critici che oggi abbiamo a disposizione. In altri termini: l’opera di storicizzazione dei fatti artistici deve necessariamente accompagnarsi ad una opera di storicizzazione della critica per la ragione assai semplice che arte e critica non sono mai state così strettamente legare come negli ultimi cento anni. Una storia dell’arte contemporanea perciò, non può non essere anche una storia delle idee e della critica e di conseguenza saremo tanto più in grado di comprendere i fatti concreti realizzati dagli artisti quanto più a fondo avremo condotto l’indagine sull’ambiente culturale e sulle idee critiche che quei fatti hanno accompagnato. E viceversa: giacché la validità della critica e delle idee estetiche non può essere più dedotta da un sistema teoretico generale, ma deve essere verificata sulla base dei risultati concretamente raggiunti nella chiarificazione dei fatti artistici. Del resto la relazione assai stretta che oggi ammettiamo, quasi concordemente, tra operazione artistica e operazione critica, o, meglio, la nozione di quel rapporto non è una acquisizione recente della critica italiana, giacché essa può dirsi nata insieme con l’opera di revisione dell’estetica idealistica condotta da Lionello Venturi nel campo delle arti figurative con la introduzione del noto concetto di gusto, mentre una operazione simile veniva effettuata, qualche anno più tardi, nel campo della letteratura con il nuovo interesse mostrato dalla critica per il concetto di poetica. Su questa linea, che da noi è stata particolarmente feconda di risultati, si muove anche Renato De Fusco nella sua ultima opera pubblicata dalle edizioni di Comunità con il titolo «L’idea di architettura». e il sottotitolo esplicativo «Storia della critica di Viollet-le-Duc a Persico». L’autore riconosce, del resto, in maniera esplicita questa discendenza, ricordando tra i precedenti proprio l’opera di Venturi: ma l’interesse nuovo e l’apporto originale del libro di De Fusco son da rintracciare, oltre che nel continuare la tradizione della storia della critica, in due ordini di fattori: il primo consistente nel fatto di averci dato la prima storia della critica architettonica moderna condotta in maniera sistematica, in modo cioè da coprire tutto il periodo del Movimento Moderno e impostata su un metodo che si potrebbe definire genomenologico-storico che esclude le consuete prospettive finalistiche; il secondo, nell’aver allargato lo stesso concetto di gusto fino a comprendere in esso (là dovei fatti lo richiedevano) la problematica sociologica che, come si sa, è
una problematica centrale delle correnti architettoniche moderne. Un allargamento, direi, che nello stesso tempo offre una nuova verifica di quel concetto, spesso frainteso perché interpretato in maniera riduttiva e puramente formalistica, e non indagato, invece, e adoperato nella molteplicità di direzioni che esso suggerisce o apre concretamente.
È ciò che ha fatto invece De Fusco, aprendo la propria indagine ai settori più diversi, ma riconducendo sempre le varie componenti culturali alla fisionomia particolare delle diverse correnti e personalità della critica d’arte e della critica architettonica. Questa impostazione ha consentito all’autore di restituire in termini moderni le posizioni critiche succedutesi in quest’ultimo secolo, rivelando in molti casi aspetti inediti o giudicati finora in modi strumentali, quando non addirittura
frettolosi: le pagine dedicate, ad esempio, a Ruskin e Morris all’inizio del volume sono veramente esemplari a questo proposito, perché ricostruiscono il pensiero critico degli autori in modi che tendono a una oggettività storica precisa senza però perdere di vista le relazioni che tengono uniti quei due pionieri ai movimenti e alle idee critiche venuti dopo. L’indagine di De Fusco prosegue passando in rassegna la cultura dell’Einfühlung sempre in rapporto alla critica architettonica, sottolineandone l’incidenza non solo sulle correnti dell’Art Nouveau, ma anche la presenza in movimenti artistici successivi, come il primo futurismo, o addirittura in opere e poetiche di questo secondo dopoguerra. L’ Einfühlung è poi posta in relazione con la critica purovisibilistica in un unico intricato tessuto culturale fine secolo, dal quale però sorge gran parte della critica contemporanea. Non è possibile, naturalmente, sottolineare tutti i contributi originali o anche solo chiarificatori portati dall’autore; e neppure i punti che lasciano meno convinti. Dirò, a quest’ultimo proposito, che l’indagine di De Fusco sembra a volte procedere in maniera frammentaria, per successive giustapposizioni, più che sulla base di un intero sviluppo; in qualche caso, inoltre (soprattutto quando l’autore si sofferma su posizioni critiche non direttamente legate ai problemi architettonici) le relazioni postetra le idee estetiche generali e i fatti dell’architettura sembrano meno
convincenti o addirittura forzate, come nel caso dei rapporti tra la estetica crociana e l’architettura; altre volte, l’indagine acutissima sulla storia della critica non trova un altrettanto felice approfondimento dei dati intermedi tra critica d’arte e architettura. Ma si tratta di inconvenienti, spesso difficilmente evitabili in un panorama così vasto, che non alterano la fisionomia generale dell’opera non diminuiscono la importanza dei moltissimi contributi particolari: tra i quali vorrei almeno ricordare il capitolo, veramente esemplare, sulla Einfühlung; l’approfondimento della posizione critica del Riegl e dei suoi rapporti con il Semper; la rivalutazione del concetto (così ricco di futuro) di architettura come Raumgestaltung dello Schmarsow; le pagine sui rapporti tra poetiche figurative e architettura o quelle, così umanamente partecipi, su Persico e il dramma dell’architettura italiana tra le due guerre. Nel suo complesso perciò, l’opera di De Fusco, può essere considerata come un contributo sostanziale alla conoscenza non solo dei problemi dell’architettura contemporanea, ma anche dei problemi, così intricati e ancora così scarsamente indagati, di tutta la cultura artistica degli ultimi cento anni.