Intervista

Attenti c’è anche la teoria

A colloquio con Filiberto Menna sui problemi della «militanza», degli odierni sviluppi della ricerca artistica

di Massimo Carboni

INCONTRO Filiberto Menna per porgli alcune domande sulla condizione dell’arte e della critica, oggi. Studioso di problemi di architettura, urbanistica e «design», ha pubblicato una monografia su Mondrian nel ’62 ed una su Prampolini nel ’67. Nel ’68, è la volta di «Profezia di una società estetica», un libro che sarebbe molto fruttuoso rileggere, e nel ’70 «La regola e il caso. Architettura e società» una raccolta di saggi.

Il volume forse più famoso di Menna è però «La linea analitica dell’arte moderna. Figure e icone», del ’75, in cui, usando di una metodologia sostanzialmente semiologica, cioè vedendo l’opera come un sistema organizzato di segni, si abbozzavano le direttrici fondamentali di un’arte che, nello stesso tempo in cui si esplicava, rifletteva anche su sé stessa e sui propri interni procedimenti.

L’anno scorso è uscito «Critica della critica» uno studio di impostazione rigorosamente teorica sui problemi della metodologia dell’analisi critica.

Ciò significa che hai abbandonato la militanza?

«No, non è questo. La critica si trova oggi di fronte a un paradosso: sembra acquistare tanta più forza, tanto più potere quanto più rinuncia a darsi una strumentazione teorica forte. Il fatto è che il criterio di riferimento di buona parte della critica attuale è, per dirla con Lyotard, un sapere performativo e non un sapere denotativo. Essa cioè si riferisce sempre più al binomio efficace/non efficace e sempre meno al binomio vero/falso. Insomma, la critica diventa più potente in quanto essa persegue una performatività commisurata all’efficienza dei canali dell’informazione estetica, pubblici e privati, che essa riesce a porre in atto. È proprio in questa situazione che si inserisce la mia «Critica della critica» con un richiamo alla necessità di una rifondazione teorica dell’interpretazione. Non abbandono quindi della «militanza», ma esigenza di verificare gli strumenti della critica, nelle sue componenti storiche, teoriche e appunto specificamente militanti».

Dammi un tuo giudizio sull’attuale arte italiana.

«Essa sta vivendo una fase di reazione all’eccesso di ascetismo delle esperienze artistiche precedenti. È inevitabile che si verifichino fenomeni eclettici, eccessi spontaneistici, disinvolti saccheggi di ogni stile. Ma non mancano esperienze più accorte e mature, in cui gioca ancora un ruolo importante la memoria analitica».

Che cosa pensi della «giovane critica»?

«Mi sembra culturalmente molto agguerrita. Ho pure l’impressione che i critici più giovani stiano cercando un proprio spazio culturale, una distanza, anche, sia dalla mia generazione, sia da quella che ci ha immediatamente seguito. Direi che essi pongono contemporaneamente l’accento, e con grande forza, sulle ragioni del soggetto e insieme sui necessari procedimenti di oggettivazione teorica».

Senti, sui grandi temi nazionali – politica, società, ecc. – molte volte intervengono sui quotidiani, e sulla stampa in generale, ma anche alla Tv, alcuni intellettuali; ma sono in maggioranza sociologi, psicologi, o critici letterari, molto raramente critici d’arte. Secondo te, qual è la ragione di questa «latitanza»?

«I critici d’arte sono rimasti tradizionalmente chiusi nella loro specializzazione. Per questo sono meno presenti nei dibattiti su temi di carattere più generale. Ma non bisogna trascurare l’incidenza delle mode: oggi anche l’area letteraria appare in disgrazia, sostituita prima dai sociologi, poi dagli psicoanalisti, dai semiologi e recentemente dai filosofi».