Mostre d’arte

Per una riforma delle Accademie di Belle Arti

Ho accolto volentieri l’invito di Franco Mancini, direttore dell’Accademia di Belle Arti, a visitare la mostra allestita nei locali dell’istituto dl via Costantinopoli con le opere degli allievi. Mi incuriosiva soprattutto il titolo della mostra: «Momento di verifica didattica» – che rivelava negli organizzatori una corretta impostazione al di là di ogni pretesa spettacolare o celebrativa.

«Questa mostra – momento di verifica didattica – leggiamo nella introduzione-manifesto – ha essenzialmente lo scopo di invitare tutti coloro che operano all’interno dell’Accademia ad una riflessione e ripensamento su quanto è stato fatto nel corso dell’ultimo anno accademico. Un anno particolarmente importante in quanto s’è trattato della prima occasione di lavoro, dopo che il lungo periodo di lotta degli studenti dovrebbe essere servito almeno a suggerire delle preziose indicazioni sulle finalità che una organica ristrutturazione delle Accademie di Belle Arti dovrebbero porsi».

Problema estremamente difficoltoso, come si sa, per due ordini di motivi: anzitutto, per motivi generali, in quanto il problema di una ristrutturazione delle Accademie (come del resto di tutti gli istituti della istruzione artistica e progettuale) non può essere del tutto separato dal problema della didattica a livello universitario. Anche le Accademie si trovano di fronte alla grossa responsabilità della formazione di intellettuali destinati ad operare in un momento particolarmente difficile della società, soprattutto nei Paesi industrialmente più avanzati.

Di fronte alla richiesta sempre più complessa di una società profondamente legata a tecnologie estremamente progredite, l’istruzione italiana (a tutti i livelli) si presenta in condizioni assolutamente precarie e, nei casi migliori, continua a preparare intellettuali divisi tra la solitudine contemplativa e lo spiazzamento sociale della tradizione umanistica e l’integrazione subalterna nell’universo tecnologico.

Rispetto a questa fondamentale dicotomia, 1’istruzione impartita nelle Accademie si situa in un punto che in genere è ancora più arretrato, in quanto si tratta di una didattica che accoglie della tradizione umanistica gli aspetti meno legati al presente, senza peraltro affacciarsi nell’area della istruzione tecnologica. Di qui la seconda difficoltà di una ristrutturazione delle Accademie, difficoltà per così dire specifica, in quanto connessa direttamente con le contraddizioni profonde che affliggono tuttora gli ordinamenti pedagogici di queste istituzioni.

Da questo punto di vista, mi sembra che la mostra-verifica dell’Accademia napoletana, con le sue divisioni canoniche (affresco, pittura, scultura, incisione, decorazione, plastica, eccetera) confermi la necessità urgente di una riforma radicale o, quanto meno, lo svecchiamento della didattica con la immissione di nuove discipline e la abolizione dei compartimenti-stagno che trasformano i singoli insegnamenti in un’esperienza verticale, priva di relazioni orizzontali.

Operazione Vesuvio n.3

La «Operazione Vesuvio» è giunta al terzo tempo e alla sua conclusione. Seguirà, ora, la scelta di tre progetti tra i molti presentati dalla galleria d’arte «Il Centro» in questa e nelle edizioni precedenti. Dopo gli artisti europei e giapponesi è ora la volta degli artisti americani. G. Brecht, J. Lee Byars, I. Baxter, A. Kaprow, D. Oppenheim, P. Hutchison, S. Armajani, N. H. Harrison, B. Pepper e Christo hanno inviato una serie di progetti di intervento sul Vesuvio, il cui denominatore comune è dato da un curioso miscuglio di serietà e di gioco, di partecipazione e di ironia. Non c’è dubbio che il tema ha affascinato anche gli artisti americani, così come era accaduto con i giapponesi (forse un tantino meno con gli europei): il Vesuvio è una immagine che conserva tutta la sua forza anche a grande distanza, assume quasi il senso di una presenza dell’immaginazione collettiva. Di. fronte agli artisti si aprono, allora, due possibilità fondamentali: assecondare, in qualche modo, il mito, sottolineare la preponderante forza dell’immagine-simbolo, oppure aggirarne

la presenza ingombrante con l’ironia e il gioco. Entrambe le soluzioni presentano non pochi rischi e anzitutto il rischio di un atteggiamento retorico e magniloquente (nel primo caso) o quello di una pura e semplice battuta di spirito (nel secondo). Occorre dire che gli artisti americani sono riusciti a recitare le parti previste dal copione in maniera convincente: il ruolo della partecipazione e dell’impatto con l’immagine simbolo è stato assunto soprattutto da Dennis Qppenheim, abituato del resto ad agire nei grandi spazi della natura: la traccia che egli ha progettato di stendere intorno al cratere con 15 tonnellate di zolfo si colloca come un segno di concordanza e di empatia con la montagna. Christo, come è suo costume, si colloca sull’altro versante con il suo progetto che prevede la costruzione di stands di souvenirs in nove punti segnati in rosso sulla mappa del vulcano: in questi stands si possono acquistare cartoline, bibite, colazioni, caramelle; si potranno chiedere ed avere informazioni e acquistare persino una mappa topografica convenientemente «impacchettata»,

secondo le abitudini dell’artista. Anche n progetto di Christo tende a porsi in consonanza con il vulcano, ma per via indiretta, mostrando ironicamente la mitologia consumistica che si è creata intorno ad esso. Il progetto di. Allan Kaprow sembra situarsi invece in una posizione intermedia: da una parte tende a creare una immagine accattivante con la colata di schiuma bianca, come una nuvola, che scende dal cratere verso il mare; dall’altra, scoprendo i risvolti consumistici di questa, e simili operazioni, mediante il consiglio di acquistare un tipo di prodotto di una certa compagnia. George Brecht ha invece rinviato, per così dire, la palla agli organizzatori: il suo progetto consiste nella corrispondenza intercorsa tra lui e i responsabili della manifestazione. Così, sembra dirci Brecht, il Vesuvio se ne può stare tranquillo, così com’è.