BELGRADO, 19 luglio
In occasione del recente congresso dell’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte (AICA), tenutosi in diverse città jugoslave, i partecipanti di diversi paesi hanno avuto la possibilità di conoscere meglio le nuove tendenze dell’arte locale grazie, soprattutto, a due mostre allestite a Belgrado e a Zagabria. L’ultima edizione della mostra «Nuove Tendenze», che da molti anni viene presentata in quest’ultima città, ha offerto un panorama ampio articolato della situazione artistica jugoslava documentando l’attività di artisti già molto noti, quali Richter, Sutej, Picej, e più in generale le declinazioni delle poetiche neocostruttive e «programmate». Ma la novità più interessante, sia della mostra di Zagabria sia di quella di Belgrado, è rappresentata dai documenti sulle ultime esperienze compiute dagli artisti jugoslavi nell’area dell’«arte povera», della «land-art» e della «conceptual art».
Personalmente, avevo già conosciuto alcuni di questi artisti alla VII Biennale di Parigi del 1971, dove la sezione jugoslava, curata dal critico Jesa Denegri, era appunto dedicata alle ricerche «concettuali». A Belgrado, mi sono appunto incontrato con Denegri e con Biljana Tomic, due giovani critici che sostengono con intelligenza ed entusiasmo le nuove esperienze, oltre che con diversi artisti, ed ho potuto constatare l’esistenza di un notevole fermento intellettuale e di una intensa attività di ricerca. La nuova situazione muove dalle esperienze del gruppo Oho, formatosi a Lubiana nel 1966 per iniziativa di Marko Pogacnik, David Nez (un americano trasferitosi per qualche tempo in Jugoslavia), Milenko Matanovic, Andraz e Tomaz Salamun. Dopo un inizio caratterizzato da ricerche nell’area della poesia visiva, il gruppo ha intrapreso una serie di esperienze inerite originalmente dell’ambito dell’«arte povera» e in quello della «conceptual art».
Il gruppo, che ha esposto negli Stati Uniti ed è stato a contatto con Walter De Maria, ha abbandonato definitivamente ogni attività artistica nel 1971, sperimentando un tipo di vita comunitaria in Sempas, e si è poi sciolto. Ciò che caratterizza il gruppo Oho, al di là delle diverse realizzazioni, è la forte tendenza a stringere da presso i rapporti tra arte e vita quotidiana, a fare dell’attività artistica un modello di esistenza, una pratica vitale. L’altro termine di riferimento dei giovani artisti è costituito dalla personalità e dall’opera di Radomir Damnjanovic-Damnjan, un artista che ha alle proprie spalle una intensa attività pittorica condotta sempre sul filo di una sottile intelligenza critica.
Dopo una fase iniziale, caratterizzata da una imagerie ironica e fabulatoria, l’artista ha compiuto esperienze di pittura «minimal» in rapporto a contemporanee esperienze internazionali e statunitensi in particolare. Nella mostra «Documenti dell’arte post-oggettuale» di Belgrado, la sua è una delle presenze più significative. L’artista presenta una serie di fotografie del proprio volto, con gli occhi chiusi e sulla fronte i nomi prestigiosi di artisti dell’avanguardia quali Burliuk, Celebnicov, El Lissickj, Punin…Un omaggio di un artisti ad alcuni protagonisti dell’arte moderna, la rivelazione di una corrispondenza segreta da mente a mente.
Più strettamente legate alla «conceptual art», nelle declinazioni americane di Kosuth e inglesi del gruppo art-language, sono le ricerche del gruppo e tendenti alla definizione di un codice linguistico e alla identificazione con esso dell’esperienza artistica. Il gruppo Bosch-Bosch opera, al contrario nell’area di un’arte di comportamento, in qualche modo connessa con le esperienze di Fluxus; Dragoljub Todosijevic-Rasa e Zoran Popovic affidano alla propria corporeità il messaggio estetico; il gruppo A-3 propone invece una serie di clamorosi interventi nella città; Marina Abramovic impiega la registrazione sonora, affidando il ruolo di protagonista alla voce umana o ai rumori della città; Braco Dimitrijevic (che abbiamo visto anche a Napoli alla «Modern Art Agency») presenta i suoi grandi manifesti con personaggi immaginari incollati sui muri cittadini.
Nel complesso, si tratta di una situazione poco conosciuta, ma che meriterebbe una più adeguata attenzione da parte della critica degli altri paesi e, perché no?, anche della critica ufficiale jugoslava, che sembra guardare con un certo sospetto a queste nuove, feconde esperienze artistiche.