Ho sempre pensato che l’università italiana, per quanto riguarda gli atenei dei centri medi e piccoli, sia stata (e lo sia ancora in parte) l’università dei chierici vaganti: studiosi, intellettuali, esperti di varie discipline, formatisi nei grandi centri del sapere, sono stati i protagonisti di un fenomeno di disseminazione territoriale per ragioni di carriera: un aspetto singolare, variamente valutabile, ma che ha indubbiamente avuto risultati molto produttivi, soprattutto per l’instaurarsi di un rapporto fecondo con le più giovani presenze intellettuali locali.
La mia testimonianza sull’università salernitana (legata, è bene precisarlo, a un periodo ben determinato compreso tra la seconda metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta) muove proprio da questa conferma: il nostro ateneo campano è stato uno dei centri più fortunati in quanto si è giovato per moltissimi anni della presenza di figure tra le più significative della cultura italiana, e non soltanto italiana.
Gli studi di filosofia e di storia, di italianistica e di linguistica, d’arte e di teatro, hanno avuto così un potenziamento qualitativo assolutamente determinante per la crescita di una cultura autenticamente moderna nell’Italia meridionale e a Salerno in particolare. Si aggiunga che questa presenza salernitana dei nostri chierici vaganti si è verificata in concomitanza con gli anni caldi del ’68 e del periodo immediatamente successivo, per cui è venuta a formare nell’ateneo salernitano una singolare miscela di saperi speciali e dei nuovi bisogni dei giovani che tendevano a un coinvolgimento di quei saperi all’interno di un progetto di più ampia portata sociale e politica: una miscela ricca di contraddizioni, a volte addirittura esplosiva, soprattutto nelle assemblee di docenti e studenti.
La risposta istituzionale dell’università non si fece attendere molto e, anche alla nostra distanza, appare molto significativa, in quanto si concretizzò in una Conferenza d’Ateneo con l’intento di dare una risposta ampia e articolata alle aspirazioni dei giovani e alle esigenze poste dalla stessa docenza: un processo di autoverifica e di autocritica che riuscì a stabilire un rapporto più stretto con gli studenti e a incanalare i bisogni dentro più concrete forme istituzionali. E c’era anche la questione della nuova sede, nella valle dell’Irno, questione tutt’altro che pacifica, anzi luogo di fortissimi contrasti, dentro e fuori dell’università. L’idea di spostare l’ateneo dal centro cittadino nella valle dell’Irno rientrava nella programmazione regionale legata alla politica di centro-sinistra dei primi anni Sessanta: l’università, come centro di cultura e di incremento del sapere avrebbe dovuto fare da volano per lo sviluppo, anche economico, delle zone interne, comprese tra Salerno, Avellino e Benevento. Il progetto, una volta avviato, fu portato avanti anche quando il quadro di riferimento generale si era sfaldato con la politica di programma e le ragioni che lo avevano motivato si erano progressivamente indebolite. Caddero, per giunta, tutte le proposte di un riequilibrio del progetto, miranti a realizzare anche insediamenti urbani 8ci furono delle occasioni di grandissima opportunità sia per i luoghi di rappresentanza sia per gli spazi didattici, oltre che per l’ospitalità dei chierici-docenti).
Intanto, il valore degli insegnamenti impartiti aveva fatto crescere le attese culturali di soggetti e di gruppi ponendo all’ateneo il problema non meno fondamentale di stabilire un rapporto più diretto con l’ambiente sociale. Si avvertiva, in quegli anni, una fortissima domanda di cultura e io stesso ne ebbi la conferma in due occasioni: la prima, con la partecipazione straordinaria degli studenti e degli intellettuali cittadini a un lungo seminario di studi sul Surrealismo; la seconda, nata proprio sull’onda della prima, con una rassegna internazionale di teatro realizzata dall’Istituto di storia dell’arte e dell’Azienda autonoma di soggiorno con la consulenza tecnica del notissimo critico teatrale Giuseppe Bartolucci. La risposta ci sorprese tutti e sorprese gli stessi gruppi sperimentali abituati al pubblico ristretto delle cantine e improvvisamente trovatisi di fronte a centinaia e centinai a di spettatori, che affollavano gli spazi deputati per riversarsi poi, fino a notte inoltrata, nelle vie della città dando vita a una vera e propria rianimazione urbana.