L’esposizione segna un serio sforzo di documentazione compiuto dagli organizzatori – Sono rappresentati 46 Paesi e oltre seicento opere realizzate con le diverse tecniche dell’incisione e della riproduzione meccanica
Curata da Federico Brook, Luca Crippa, Andrea Emiliani, Mario Penelope, Mauro Reggiani, e ordinata nelle sale di Ca’ Pesaro da Guido Perocco e Italo Mussa, la esposizione internazionale d’arte «Grafica oggi» segna un serio sforzo di documentazione compiuta dalla 36a Biennale veneziana. Sono rappresentati quarantasei Paesi e oltre seicento opere realizzate con le diverse tecniche dell’incisione e della riproduzione meccanica, l’acquaforte, l’acquatinta, la litografia, la xilografia, la linoleografia, la serigrafia. Quest’ultima è la tecnica più usata dagli artisti d’oggi, soprattutto da quelli che intendono porsi a confronto con le tecniche industriali che presiedono alla formazione delle immagini caratterizzanti l’odierno panorama urbano.
Sforzo notevole
Gli ordinatori della mostra, Perocco e Mussa, hanno compiuto uno sforzo notevole per rendere il più chiaro possibile questo vasto insieme della grafica internazionale e bisogna dire che ci sono riusciti in grandissima parte, superando ostacoli veramente enormi. Hanno scelto di preferenza il criterio dei raggruppamenti stilistici più che la consueta divisione secondo l’appartenenza nazionale. Questo criterio ha consentito di superare di fatto quello che viene comunemente considerato uno dei più grossi inconvenienti della Biennale veneziana, dove i singoli padiglioni nazionali, gestiti con totale autonomia dai diversi commissari, finiscono con il frantumare il discorso e rendere poco proficuo l’insieme della esposizione. Una via ancora molto frequentata è la sperimentazione visuale: registriamo in questo settore la presenza di artisti già noti come il francese Vasarely, il venezuelano Soto, l’argentino Hugo Demarco, il tedesco Otto Piene, gli jugoslavi Picelj e Sutej, il belga Pol Bury. Notevoli i risultati raggiunti anche da Samuel Montealegre, da Kurt Ingerl, da Renato Barisani. Alle spalle di questa esperienza ci sono le opere dell’astrazione geometrica dei maestri, qui rappresentati da Montersen e da Pasmore.
L’altra polarità dominante della mostra è una tendenza che chiamerei della narrazione fantastica. Si tratta di una corrente che si rifà in larga misura alla lezione surrealista, di cui adotta le tecniche oniriche dello «spaesamento» o della «condensazione». Una immagine di donne mette ali di farfalla e cerca di sfuggire alla avida presa di un uomo (Carlos Alonso); una curiosa figura antropomorfica culmina con una testa di serpente (Horst Antes); un nudo di donna, distesa su un tavolo sulle rive di un lago notturno (Raul Wunderlich); in un paesaggio popolato di forme organiche, strane rocce (o edifici di città) si accampano in primo piano, mentre qualcuna si stacca dal suolo galleggiando lieve nello spazio (Jean Michel Folon); quattro personaggi sono seduti a un tavolo in compagnia di una immagine informe, simile a un ectoplasma medianico (Janez Bernik). Con Hervé Télémaque e Allon Jones l’onirismo surrealista si raffredda e oggettiva al confronto con le immagini del panorama urbano. La rappresentanza italiana porta il suo contributo a questa corrente con l’opera di Luciano De Vita, Giancarlo Pozzi, Sergio Sarri. Il cubano Wilfred Lam, protagonista del surrealismo, fa da racconto tra questo e le più recenti declinazioni della poetica surrealista.
Vita moderna
Su una direttrice di maggiore oggettivazione dell’immagine si situano molti artisti che operano in vista di una documentazione e denuncia delle contraddizioni della vita moderna. In questi artisti è più marcato il fattore ideologico-politico: dall’enorme congerie di fatti emergono in queste opere eventi ed immagini più direttamente coinvolte con gli episodi di aggressività individuale e collettiva o di alienazione sociale: l’argentino Segui, il belga Dacos, il canadese Ouchi, il coreano Seung Wen Suh, il finlandese Eine Ahonen, il giapponese Kosuko Kimura, l’americano Kitaj, l’ungherese Laker Làzlò si muovono in questa direzione, guardando alla realtà con un preciso giudizio ideologico. Tutti questi artisti hanno accolto la lezione del new-dada e della pop art statunitense (presente nella mostra con i suoi maggiori rappresentanti, da Rauschenberg a Jasper Johns, da Oldenburg a Warhol, da Lichtenstein a Rosenquist e Wesselman) ma ne trasformano la fredda oggettività in una più scoperta partecipazione umana e ideologica.
Non mancano esempi di ricerca nell’ambito delle più nuove esperienze concettuali e comportamentistiche. Il guatemalteco Luis Diaz espone delle superfici calcografiche esposte al traffico urbano per un tempo determinato (il suo «Documento» reca quindi una impronta della lastra che copre un tombino stradale), mentre il giapponese Tetsuya Neda presenta come opera la lettera di invito ricevuta dall’organizzazione della Biennale.