XXXVI Biennale d’arte di Venezia

Spettacolare la mostra della scultura italiana

L’allestimento, realizzato con la consueta sapienza distributiva e formale di Carlo Scarpa, rende chiaro il discorso sulla evoluzione linguistica della ricerca plastica nel nostro Paese – Le difficoltà organizzative

Dal nostro inviato

VENEZIA, 12 giugno

Si ha l’impressione, quest’anno, che la Biennale di Venezia abbia voluto risolvere la crisi istituzionale, che l’affligge da anni moltiplicando le iniziative. Per visitare la esposizione occorre, questa volta, una guida di Venezia: cominciamo da piazza San Marco, dove è allestita una mostra dei «Capolavori della pittura della prima metà del XX secolo» (Museo Correr); alla Scuola di San Basso, in piazza dei Leoncini, è allestita la mostra delle «Arti decorative»; in Palazzo Ducale ha inizio l’esposizione «la scultura nella città», che prosegue con una vera e propria disseminazione di opere nei campi e campielli veneziani; a Ca’ Pesaro, una vasta mostra della «Grafica Internazionale». Finalmente si può prendere il vaporino e farsi portare ai Giardini, sede tradizionale della Biennale. Qui siamo attesi, come al solito, dai padiglioni dei diversi paesi e, in quello centrale, da una esposizione della scultura italiana di questo secondo dopoguerra con omaggi ai precursori Fontana e Melotti. Si aggiungano una sezione dedicata a «Venezia, ieri oggi e domani»; una sezione per «progetti sperimentali per la pagina stampata», curata da Carboni, Lionni e Steiner; i video-nastri della Galleria tedesca di Gerry Schum; la mostra del «libro come luogo di ricerca» allestita da Barilli.

Bisogna dire che l’organizzazione della Biennale, sotto la guida del nuovo vice-commissario per le arti figurative Mario Penelope, ha fatto uno sforzo anche più serio per rinnovare la struttura della mostra veneziana: il padiglione italiano, infatti, curato da Valsecchi, Arcangeli, Cascella, Ghermandi, Marchiori, Penelope, Reggiani, è impostato quest’anno su un tema unico e la scelta (compiuta con la collaborazione di Barilli) si è orientata sulla contrapposizione tra «opera e comportamento». Il tema intende individuare un aspetto saliente della ricerca artistica, divisa tra un orientamento che non vuole rinunciare all’opera d’arte pittura, scultura, oggetto chiusa e autonoma nella propria definizione formale, e la tendenza, assai diffusa, a sconfinare verso i modi del comportamento come azione estetica. È a questo punto che la rigida struttura della Biennale, fondata sulla divisione in Padiglioni, riservati ai singoli Paesi e completamente autonomi rispetto alle altre scelte critiche, ha chiaramente mostrato la difficoltà se non addirittura la impossibilità di una riforma radicale della manifestazione. I «commissari» italiani hanno invitato i responsabili dei padiglioni stranieri a tener conto del tema, ma il risultato non ha corrisposto (e non poteva) alle aspettative: ben pochi hanno accolto l’invito, che in assenza di una discussione critica preventiva non poteva non risolversi in una sorta di ingiunzione piuttosto gratuita. Il problema è appunto questo: se non si riesce a buttar via la vecchia divisione diplomatica più che storico-critica, dei padiglioni riservati ai singoli Paesi, non si potrà seriamente pensare a una riforma di struttura.

Peccato che alcune difficoltà organizzative non hanno consentito la realizzazione del progetto ideato da Achille Bonito Oliva per conto degli Incontri Internazionale D’Arte: si tratta di una manifestazione che sotto il titolo di «persona» intende presentare, ogni giorno, l’azione di un artista. La formula è stata già sperimentata a Belgrado, e qui, a Venezia ulteriormente allargata per la presenza di artisti di diversi paesi, avrebbe potuto fornire un buon modello di strutturazione unitaria. Rinviamo l’appuntamento a settembre.

Ma, tornando al tema «Opera e comportamento», bisogna pure aggiungere che la semplificazione proposta dal padiglione italiano non soddisfa completamente: il tema puntava su una contrapposizione dialettica di due modi di fare arte, oggi, e pertanto avrebbe dovuto insistere sulla contemporaneità di queste ricerche, ponendo a confronto artisti di una stessa generazione. Invece, la eterogeneità della commissione italiana si è ripercossa sulla eterogeneità della rappresentanza degli artisti italiani, cha vanno da Mandelli, Morlotti, Moreni, Turcato, Guerreschi (la sezione «Opera») a Bendini, De Dominicis, Fabro, Merz, Olivotto e Vaccari (la sezione «Comportamento»). Così impostata, la formula presenta una grossa sfasatura e il discorso critico risulta ben poco chiaro.

Più unitaria e dimostrativa la sezione dedicata al «Libro come luogo di ricerca»: la presenza di artisti di diverse nazionalità e il «luogo» fortemente unitario del loro intervento hanno dato una notevole chiarezza all’insieme, mettendo bene in luce uno dei modi di sconfinamento dall’opera tradizionale perseguiti dagli artisti di oggi.

Indubbiamente spettacolare la mostra della scultura italiana, allestita con la consueta sapienza distributiva e formale da Carlo Scarpa: anche qui, il discorso sulla evoluzione linguistica della ricerca plastica in Italia in questo dopoguerra risulta abbastanza chiaro: anzi, il passaggio dalla scultura, intesa in senso plastico tradizionale, a una ricerca di modi di comportamento appare qui, più eloquente, proprio perché il trapasso da una generazione all’altra è seguito con più puntualità e con una maggiore attenzione nei confronti delle svolte decisive (Manzoni, Scheggi, Lo Savio, Pascali, Mattiacci) rispetto alla sequenza Colla, Consagra, Franchina, Leoncillo, Mannucci, Mastroianni, Milani, Pierluca, Pomodoro, Ramous, Spagnuolo, Trubiani, Viani, Lorenzetti.

Ma è giunta l’ora di lasciare, sia pure temporaneamente i Giardini (ci torneremo in un prossimo articolo dedicato ai padiglioni stranieri), e spostarci a San Marco, dove ci attende la mostra dei «capolavori della pittura della prima metà del XX secolo». Qui, la organizzazione ha giocato una carta di prestigio e i nomi che fanno bella mostra di se bastano da soli: Enzor e Munch, Picasso e Matisse, Braque e Gris, Chacall, Schiele, Soutine, Modigliani; e ancora Boccioni e Balla, e più avanti Mirò e Magritte, Ernst e Brauner, Mondrian e Malevic, ecc. E tuttavia la mostra non convince del tutto: a parte certe assenze (Duchamp, Dalì), il disegno risulta generico e la scelta di molti artisti e soprattutto delle opere abbastanza casuale. I fatti dell’arte moderna sono troppo complessi per poter essere riassunti in una antologia come questa. E allora non sarebbe stato meglio compiere uno sforzo più unitario, criticamente più rigoroso, e presentare magari un solo movimento, ma visto in profondità e in larghezza?