Esposte le opere di Mario Sironi
La mostra di Mario Sironi, allestita nella sala di palazzo reale a Milano, a cura della dipartizione culturale del Comune, offre un panorama completo dell’attività artistica, dal periodo iniziale fino alle opere ultime, attraverso le esperienze compiute nell’ambito del futurismo e della poetica novecentesca.
Nato a Sassari nel 1885 (e morto a Milano nel 1961), Sironi si era ben presto trasferito a Roma, dove aveva frequentato gli studi di ingegneria per poi dedicarsi interamente alla pittura, abbandonando gli studi universitari. Nel 1914, si trasferisce a Milano, chiamato da boccioni, e aderisce sia pure in posizione periferica, al futurismo.
Come Rosai, Sironi fu «futurista di transito» e, pur assimilando la lezione dei più spericolati compagni di strada, non eseguì fino in fondo l’avventura: più che il dinamismo della forma, egli cercava in sostanza la solidità delle immagini, una costruzione più che una disintegrazione dei corpi. Nelle stesse opere futuriste, del resto, appare evidente come gli oggetti e le figure resistano alla composizione, sorretta da una struttura che ricorda i solidi incastri cubisti. Sironi tendeva a una definizione monumentale degli uomini e delle cose e voleva trasferire in pittura il peso e la consistenza delle forze fenomeniche. Questa tendenza più costruttiva si fa amano a mano più evidente, ant8icipando certe soluzioni del Sironi maggiore, quelle dei paesaggi urbani, dipinti dopo il 1920.
Questi desolati paesaggi delle periferie urbane mostrano come il dissenso sironiano con i futuristi, al di là della convergenza linguistica temporanea, avesse radici profonde, coinvolgendo un atteggiamento spirituale radicalmente diverso.
Atteggiamento che nel futurismo era tutto improntato ad un dinamismo positivo ed ottimistico, mentre Sironi era incrinato da un pessimismo senza rimedio nei confronti di quegli stessi miti modernistici (la macchina,la città, eccetera) nei quali i futuristi avevano tanta fiducia.
La tendenza sironiana al monumentale, al fare grande, non era però priva di insidie e comportava tutta una serie di rischi involutivi, tanto più facili quanto più netto si veniva delineando il ripiegamento classicistico della cultura italiana, dopo il 1920.
Che cosa si opponeva in quegli anni dell’instaurarsi di una cultura moderata, se non apertamente conservatrice? Pochi uomini e poche proposte operative e critiche: forse alcuni futuristi più ostinati (Prampolini, ad esempio, con la sua frenetica, disperata ricerca di contatti europei); certo Venturi, che scriveva nel ’26 «Il gusto dei primitivi», proprio in funzione anticlassicistica.
Sironi non può essere identificato tout court con la poetica conservatrice del Novecento. Il suo sentimento tragico della vita, il suo robusto temperamento di pittura lo salvano dalle involuzioni estreme e dalla retorica celebrativa del movimento: anzi, i paesaggi sironiani di quegli anni sono tra le opere più intense dipinte dall’artista in tutta la sua carriera.
Naturalmente, non mancano nemmeno le cadute, le tentazioni senza speranza di un’arte monumentale in grado di reggere il confronto con le grandi decorazioni pittoriche del passato. Era un’illusione, che Sironi pagò a caro prezzo.
Ma nel suo estro inventivo non venne mai meno, negli anni del secondo dopoguerra, l’artista sembra pervenire a una nuova essenzialità, ad un fare pittorico più disteso e più caldo: soprattutto in certe piccole composizioni sapientemente costruite e in certi paesaggi, dove una natura scabra ed essenziale riesce ad esprimere, in termini di puri valori pittorici, la cupa, disperata solitudine dell’artista.