Spettacoli

Le mostre

Agnetti ovvero l’arte «dimenticata a memoria»

Leggiamo le opere di Vincenzo Agnetti esposte allo studio d’arte «Lia Rumma». Dico «leggiamo» a ragion veduta: questi elaborati non si presentano infatti come oggetti offerti alla percezione istantanea dello spettatore, ma come testi che vogliono essere decifrati su un piano specificamente concettuale.

I fogli neri, appesi sulle pareti della Galleria, con strappi sfrangiati agli angoli e accompagnati da brevi didascalie, si collocano nell’area delle proposizioni concettuali, mettendo tra parentesi la materialità, la fisicità della superficie. Fogli e parole sono un puro enunciato, ossia segni mediante i quali l’artista comunica un significato o giudizio, ossia un contenuto mentale che sta, per così dire, dietro i segni che costituiscono l’enunciato.

Questo contenuto è appunto ciò che chiamiamo proposizione. Nei suoi confronti i segni sono in buona misura neutrali in quanto, essi sono indifferenti ai fini dell’espressione del giudizio proposizionale (ciò che conta è il contenuto mentale, mentre non è rilevante che questo venga espresso con parole scritte o orali, con fotografie, con oggetti e così via).

Agnetti può quindi tranquillamente affermare che, per lui, «l’oggetto non è altro che un rammentatore», qualcosa come un artificio mnemotecnico che serve a far scattare un particolare procedimento mentale, una proposizione, appunto, o giudizio: di conseguenza, la stessa lettura (avverte l’artista) «deve andare oltre il testo che costituisce l’opera. Se ciò non avviene significa che stiamo osservando un oggetto fine a sé stesso».

Rimettiamoci, dunque, di fronte ai fogli di Agnetti e leggiamoli anche con l’aiuto delle parole che li accompagnano: «Dati due istanti-lavoro vi sarà sempre una durata-lavoro contenente gli istanti dati». Gli strappi, agli angoli dei fogli, sono le tracce di questi istanti-lavoro, testimoniano di un intervento umano collocato in un punto della durata esistenziale. Tra gli estremi A e B della serie, data per convenzione, si estende uno spazio-tempo, il cui senso è strettamente connesso con gli istanti-lavoro che esso contiene: quello che conta (e qui scatta il giudizio proposizionale al di là della lettera dell’enunciato) è il significato e il valore di una parte di esistenza compresa tra A e B, tra il termine di riferimento e il termine fissato in un punto definito del futuro.

Ma l’occupazione di questo spazio-tempo non è affidata alla prefigurazione allucinatoria e istantanea di ciò che sarà il punto B, bensì dalla serie concreta dei singoli istanti-lavoro che andranno a riempire lo spazio tempo che separa B da A. Questo vuol dire che per Agnetti l’arte non è prefigurazione contemplativa del futuro ma una costruzione di esso da compiere giorno dopo giorno, ora dopo ora, istante dopo istante.

Il compito di questa edificazione spetta al lavoro, inteso come attività creativa della mente e delle mani e non come lavoro subordinato e costruttivo: solo a queste condizioni il futuro potrà essere costruito a misura dell’uomo e si avrà la verifica del contenuto preposizionale di questo altro enunciato di Agnetti: «Non è la Storia che fa X ,ma X che fa la Storia».

C’è nelle proposizioni di Agnetti una forte componente ideologica che le fa diverse dalle proposizioni concettuali ortodosse, ermeticamente chiuse dentro una autosufficienza analitica. L’artista rifiuta questo tipo di proposizione, che egli giudica «un discorso perfetto puramente formale» e quindi non in grado di «violentare il presente », mentre «violentare il presente vuol dire costringere l’arte (per esempio) a livelli che stanno al di fuori del concetto di arte».

Se il seme non muore. Se l’arte non muore, dimenticata « a memoria », e la cultura con essa, se non si trasformano in altre, entrando a far parte della nostra esistenza quotidiana o addirittura del nostro patrimonio genetico, come faremo a costruire il nostro futuro? Come trasformeremo il territorio in cui viviamo, diviso tra miti eroismi e irriducibili volontà di potenza, nello spazio libero dai «metri quadrati, minerali, coltivazioni, possedimenti»?

L’arte, la cultura, il lavoro dell’uomo hanno un potenziale critico-utopico che deve essere liberato, immesso direttamente nel circolo vitale dell`individuo e della collettività: fino a far perdere le tracce delle proprie origini nel dominio separato dell’arte e della cultura: «Solo il tempo può recuperare lo spazio – afferma una delle otto proposizioni presentate da Agnetti in una sua mostra intitolata “Spazio perduto e spazio costruito” – In tal modo la cultura si perde nel tempo per cedersi come acquisizione nel patrimonio genetico. In un certo senso si tratterebbe di una metacultura basata sulla cultura attuale quasi dimenticata a memoria».