Una retrospettiva di Vincenzo Ciardo
Il legame con la tradizione e il rinnovamento della pittura – Equilibrio raggiunto tra natura e linguaggio
LAccademia di Belle Arti di Lecce ha allestito una mostra retrospettiva di Vincenzo Ciardo, una delle figure più note della cultura artistica napoletana e pittore di notorietà nazionale. Ciardo era nato in Puglia, a Gagliano del Capo, in provincia di Lecce e Lecce ha voluto ricordarlo a due anni dalla morte, avvenuta nel paese natale. Lartista ritornava ogni estate in Puglia perché si sentiva profondamente legato al paesaggio della sua terra e da questo attingeva sempre nuovi spunti e nuova ispirazione. Anche nellestate del 70 aveva lasciato Napoli e se ne era andato a Gagliano. E qui la morte lo ha colto il 26 settembre.
La mostra, allestita nelle sale del Circolo cittadino, si presenta abbastanza completa per quanto riguarda il periodo della maturità. Mancano però molti documenti degli inizi. Ed è un vero peccato, in quanto le poche opere esposte, di quel periodo, mostrano un artista già maturo dei propri mezzi e culturalmente inserito nel contesto della pittura italiana. E augurabile che in una prossima occasione (si è parlato di una retrospettiva da organizzare a Napoli) venga compiuto un lavoro di ricerca più approfondita sulle origini e sulla fase iniziale dellattività di Ciardo.
In occasione della mostra leccese è stato pubblicato un accurato catalogo, con un esauriente ed acuto saggio introduttivo di Pietro Marino, che ha pure tenuto il discorso introduttivo alla presenza di un foltissimo pubblico e delle autorità politiche ed amministrative. Il catalogo reca inoltre unantologia di scritti dello stesso Ciardo (che è stato scrittore acuto e colto) e di testimonianze critiche firmate da Marco Valsecchi, Raffaele Carrieri, Luciano Anceschi, Felice Casorati, Carlo Barbieri, Ottavio Morisani, Enzo Carli, G. C. Argan, Carlo L. Ragghianti, Lucio Galante e Raffaele Spizzica.
Non è facile ricostruire il percorso iniziale dellartista sulla base dei documenti presenti dalla mostra leccese e cioè «Mandorli in fiore» del 21, un paesaggio del 30 (non riportato in catalogo), «Paesaggio di Lucrino» del 1936 e «La casa rossa» del 1938. «Mandorli in fiore» è già unopera significativa per limpaginazione adottata dallartista, che ribalta la veduta in superficie, sbarrando lorizzonte e scomponendo il dato naturale in netti piani geometrici che si incastrano con forza luno nellaltro. E già evidente la tendenza, che troverà in seguito una più compiuta espressione, a semplificare la molteplicità dei dati fenomenici in uno schema mentale, tendenza che, come ha osservato Morisani, può far pensare alla presenza della lezione cézanniana. Nel paesaggio del 30 Ciardo conferma questa sua precoce inclinazione per la fermezza volumetrica, che ora, tuttavia, appare ammorbidita da una intensa luce diffusa: ne deriva una visione assorta, di un curioso sapere arcaistico. Ne «La casa rossa» del 38, Ciardo insiste ancora sulle partiture geometriche e sulla semplificazione formale, ma dimostra nuove preoccupazioni cromatiche, tendenti a risolvere la superficie in impasti densi e corposi. In «Tempo piovoso» del 1943, la ricerca cromatica insiste sulle stesse gamme dense e profonde, ma il taglio sembra quasi un omaggio alla tradizione paesistica napoletana e in particolare allottica pungente del primo De Nittis. A questa tradizione Ciardo si sente in qualche modo legato per il persistere in essa «di una sentita adesione alle suggestioni della natura, che specialmente nella pittura di paese trovò nel passato le sue espressioni più felici. Dal Seicento ad oggi – aggiunge lartista – questo ideale legame col mondo della natura è stato sempre presente ed attivo».
Nella introduzione al catalogo, Marino ha fatto giustamente notare che questo è il punto problematico più importante per capire la pittura di Ciardo: si tratta del momento in cui lartista, pur ricollegandosi a una tradizione pittorica estremamente suggestiva e ricca anche di punte prestigiose, avverte tuttavia la necessità di rinnovarla da capo, il che vuol dire assumere un nuovo atteggiamento di fronte alla natura. Ciardo pone, qui, il problema del rapporto tra «linguaggio – che per essere opera delluomo, è mutevole storicamente – e natura» (Marino). La sua scelta linguistica appare, da questo punto di vista, molto significativa: egli adotta infatti una pittura a tasselli giustapposti di colore che fa subito pensare a Van Gogh, ma che è da ricollegare (e anche in questo Marino ha visto bene) a certe declinazioni della sintassi divisionista proposta da Mondrian nelle sue opere intorno al ’10.
Cosa vuol dire ladozione di questo tipo di linguaggio: semplicemente questo, che Ciardo si è posto dallangolazione degli artisti moderni interessati a ricostruire una nuova immagine del mondo, una immagine in qualche modo fondata sulle autonome strutture del linguaggio. La ricerca di nuovi rapporti con la realtà, di cui parla Ciardo a proposito dellarte del secondo dopoguerra, è anche la sua ricerca, che si profila intorno al 50 e viene portata avanti con lavoro accanito di scavo condotto sempre sul motivo.
E allora la divisione del tono non è soltanto un espediente di ammodernamento della superficie del quadro, non è un operazione di cosmesi condotta sulla persistenza naturalistica della tradizione, ma è, al contrario, uno strumento per ricostruire da capo una immagine della natura sulla base, appunto, di un autonomo linguaggio pittorico. Ciardo, in sostanza, riprende un discorso nel punto critico in cui altri artisti (Mondrian, ad esempio, ma anche il Braque degli ultimi paesaggi fauves) sostano sul limite di separazione tra pittura-natura e pittura-pittura.
Ciardo non varca mai questo limite per una profonda fedeltà a se stesso, che è poi anche una profonda fedeltà alla tradizione, intesa in un senso niente affatto provinciale. E vorrei ricordare, in proposito, ancora un osservazione di Pietro Marino intesa a chiarire proprio questo cruciale momento del percorso artistico di Ciardo: «Queste opere – scrive il critico pugliese – rappresentano anche il massimo omaggio che Ciardo fa ad una impostazione timbrica, con tendenza ai complementari. Per il resto, come si è già accennato, la ricerca di unità tonale nel mosaico è il legame ombelicale che lega lartista pugliese al suo passato culturale e che lo differenzia nettamente dai modelli sin qui richiamati e suggeriti».
E questo è il limite storico, non qualitativo, della pittura di Ciardo, consapevolmente – e quindi drammaticamente – attestato sul difficile equilibrio tra tradizione e modernità, tra natura e linguaggio.