Il grande freddo
Una riflessione sul cambiamento dell’arte che si è verificato nel corso degli anni Ottanta in modi piuttosto evidenti sia in Europa che in America mi pare quanto mai opportuno. Ma vorrei prima proporre alcune considerazioni generali intorno all’idea di cambiamento che il senso comune valuta, per lo più, come un elemento negativo della vita dell’arte, in quanto lo assimila alla velocità della moda ed entrambi alle esigenze del consumo più immeritato ed effimero. Ci sono poi gli esperti, i teorici e i critici, i sostenitori dei movimenti e delle esperienze che hanno avuto per qualche tempo grande fortuna e che proprio il cambiamento finisce con lo spostare in secondo piano, ai margini della ribalta.
La risposta di questi ultimi, che dovrebbe essere particolarmente scaltrita e sofistica, appare alla fine quasi più ingenua di quella del senso comune: malamente rassegnati a riconoscere il passaggio della leadership, si ostinano o a negare che quel che è accaduto dopo abbia un qualche valore o sostengono che, tutt’al più, si tratta di una più o meno sensibile variazione intorno a un tema già dato.
Certo: tra cambiamento e moda c’è sempre una relazione, e assai stretta, ma la moda s’impadronisce, e riconduce ai propri fini più immediati e contingenti, un fenomeno (il cambiamento) che è sempre più complesso, articolato, problematico. Basti pensare che il cambiamento ha segnato l’intero percorso dell’arte del nostro secolo (e non solo di essa) sia che si consideri la storia dei singoli artisti (cosa, direi, assolutamente fisiologica), sia che si analizzi la storia dei movimenti, delle correnti e degli orientamenti poetica e di linguaggio, che come si sa, hanno contribuito a cambiare, di volta in volta, la fisionomia dell’arte moderna. Ai critici nostalgici poco disposti a riconoscere il cambiamento, vorrei ricordare ad esempio che un evento come il cubismo, nel cui segno si è veramente verificata quella che è stata definita «la rivoluzione dell’arte moderna», si profila intorno al 1907-8 e all’inizio della prima guerra mondiale può già considerarsi esaurito la sua spinta propulsiva. Perché meravigliarsi se oggi si afferma l’esistenza di un cambiamento dell’arte in relazione ad esperienze maturate alla fine del decennio precedente e incontrastate dominatrici fino a poco fa della scena internazionale? Ma di quale cambiamento si tratta? Detto molto in breve, diciamo che in questi anni (possiamo partire dagli inizi degli anni Ottanta) gli artisti si sono progressivamente sottratti alla fascinazione del passato contrapponendo ad essa una pratica dell’arte come radicamento nel presente e come ricerca del nuovo. Una pratica che rilancia un’idea di progetto e di costruzione quando tutto sembrava convergere ancora sull’improvviso e sullo spontaneo, sulla soggettività decentrata, sulla disseminazione e sul nomadismo. Si capisce, allora come, in questa nuova area di esperienze, non abbiano più corso le parole d’ordine ricorrenti fino a qualche anno addietro, quali eclettismo, storicismo, regionalismo, anacronismo, citazionismo, tutto il bagaglio, insomma, che ha fatto la fortuna della pittura e dell’architettura postmoderna. L’opera non è più il luogo della fabula, del racconto coinvolgente, della citazione riconoscibile e ammiccante, ma il punto di arrivo di un processo che nasce e si sviluppa secondo una coerenza interna, estremamente attenta ai valori della sintassi.