La Biennale di Rimini

Forme dell’ambiente umano

Denuncia di una degradazione – Le proposte riparative e il problema dell’autogestione e dell’autodeterminazione

Tra il 20 e il 24 settembre si è tenuta a Rimini la 1. Biennale Internazionale di Metodologia globale all’insegna de «Le forme dell’ambiente umano». Circa 400 studiosi, provenienti da ogni parte del mondo, si sono dati appuntamento per discutere il problema ormai gravissimo dell’ambiente in cui viviamo. Il convegno ha infatti affrontato il tema della progressiva degradazione delle condizioni ambientali (inquinamento, sovrappopolazione, distruzione delle specie animali, ecc.) denunciandone la gravità e affermando l’urgenza di trovare delle soluzioni adeguate. Giulio Carlo Argan relatore ufficiale del discorso di apertura, ha ricondotto il problema della crisi attuale della progettazione dell’ambiente umano alle difficoltà o alla impossibilità della coesistenza (almeno nelle condizioni attuali) fra attività creativa e forze produttive: oggi si contrappongono due concezioni, quella tecnologica e quella umanistica egualmente indispensabili allo sviluppo armonico dell’uomo e del suo ambiente. La frattura tra queste due componenti fondamentali della civiltà moderna deve essere in qualche modo sanata se si vuole invertire la direzione di marcia presa dalla odierna società industriale, una direzione che ha già alterato profondamente l’equilibrio economico dell’universo ambientale.

La Biennale di Rimini ha avuto soprattutto il merito di registrare lucidamente la perdita di equilibrio e di armonia nei diversi campi dell’ambiente umano, da quello più ampio che riguarda le condizioni primarie del vivere, legate allo stato dell’ambiente naturale (aria, acqua, terra) ai settori particolari degli insediamenti umani (la città, la casa, gli ambienti di lavoro, la scuola, le attrezzature del tempo libero, ecc.). Gli organizzatori hanno trovato anche dei mezzi efficaci per la esposizione del problema: si sono serviti di proiezioni di diapositive e di didascalie in modo da presentare al visitatore le condizioni allarmanti in cui viviamo. In questa parte della mostra, la Biennale ha compiuto così una diagnosi spietata della situazione, mostrando le contraddizioni che dilaniano il mondo moderno. Alla diagnosi, segue la terapia (o dovrebbe): gli altri settori della mostra presentano infatti numerose proposte intese a correggere gli squilibri più grossi creatisi nell’ambiente umano, dal piano per Bologna di Kenzo Tange alla Grande Carretera Marginal de la Selva progettata da Fernando Belaunde – Terry.

L’apporto della tecnologia alla operazione di nuova strutturazione dell’ambiente è ben documentato dalla Biennale: la mostra e gli interventi hanno mostrato le enormi possibilità offerte dai mezzi tecnici, ma ha denunciato anche la scarsa incidenza reale che essi hanno ogni volta che la tecnologia non riesce a trovare il punto di equilibrio con la prassi politica e amministrativa. Se è vero, infatti, che almeno i paesi più progrediti da un punto di vista tecnico sono alle soglie del passaggio dalla società industriale alla società post-industriale, dominata dalla automazione, non è meno vero, tuttavia, che senza una intenzionalità politica precisa il progresso tecnologico può risolversi in un fattore sempre più alienante e disumanizzante. Occorre invertire la direzione di marcia: non più l’uomo al servizio della tecnologia; non più la tecnologia al servizio del profitto; ma tutto al servizio dell’uomo, inteso come persona singola, e come membro di una comunità.

Ma una progettazione dell’ambiente non può essere portata avanti senza l’intervento diretto delle persone cui essa è destinata: gli interventi ascoltati in questa Biennale riminese hanno costantemente richiamato l’attenzione su questo aspetto del problema, rifiutando una progettazione dall’alto, che non può risultare burocratica, totalitaria, coercitiva. Il tema dell’autogestione e dell’autodeterminazione è stato quindi il leitmotiv del dibattito: ma, da questo punto di vista, si è pure constatato che si tratta di un problema di difficile risoluzione in quanto occorre trovare un punto di equilibrio tra le esigenze diffuse, e necessariamente non sempre precise, della popolazione, e la specializzazione raggiunta dagli esperti dei vari settori della progettazione. Ma anche in questa direzione, non sono mancate indicazioni interessanti e confortanti: citiamo, tra le altre, l’esperimento compiuto da Piccardo e dal suo gruppo operativo di Monte Olimpino sul cinema fatto dai bambini delle scuole elementari. Si tratta di un esempio di autodeterminazione pedagogica in quanto i bambini progettano e realizzano la storia cinematografica tutta da se stessi, con il solo aiuto di un operatore, il quale esegue fedelmente le istruzione fornitegli di volta in volta dal gruppo. I films visti a Rimini mostrano molte cose di estremo interesse sia che siano osservati dal punto di vista pedagogico sia che vengano esaminati da un punto di vista linguistico e psicologico. Tanto più se si considera che il problema della autodeterminazione e dell’autogestione viene posto al livello della formazione della personalità.