La speranza progettuale di Tommaso Maldonado

Il significato del disegno ambientale – L’erosione subita dall’ambiente umano e la crisi della progettazione – La necessità di un intervento radicale ed immediato – La capacità di trasformare la realtà

La speranza progettuale di Tomàs Maldonado, pubblicata di recente dall’editore Einaudi nella collana del «Nuovo Politecnico», nasce paradossalmente dalla constatazione di una impossibilità. Maldonado (lo dice lui stesso nella prefazione) si era posto in una impresa diversa, aveva dato inizio, cioè, a una indagine sistematica delle proposte intese a una nuova configurazione dell’ambiente in cui viviamo. Ma poi ha cambiato il proprio disegno, colpito dalla flagrante contraddizione tra la molteplicità delle nuove proposte di progettazione ambientale («environmental design») e lo scarso peso decisionale posseduto dai designers ai fini di una traduzione completa delle idee progettuali. «Volevo scrivere un trattato – confessa Maldonado -, ma di colpo capivo che era un’illusione: non si può scrivere un trattato su una realtà che non è fattualmente tratteggiabile».

L’erosione

Il saggio deriva da questa bruciante constatazione gran parte del suo significato testimoniale, il valore di denuncia della condizione di sradicamento in cui si trova oggi l’intellettuale e, in particolare, chi opera nell’ambito della progettazione ambientale. Tutto questo mentre il nostro «intorno», inteso proprio nella sua totalità ecologica, sta subendo un’erosione gravissima, forse irreversibile: non si tratta solo di questo, ma anche e soprattutto della alterazione e dell’inquinamento dei tre fattori su cui poggia qualsiasi ambiente umano e cioè dell’acqua, dell’aria e della terra.
A questo punto, Maldonado si chiede se l’ambiente, così come si configura oggi a seguito della erosione legata alla speculazione e al profitto privato, si possa considerare un fenomeno incontrollato e incontrollabile, il prodotto di un processo cieco, casuale, privo di intenzionalità. Una simile domanda è anche una tentazione, suggerisce in qualche modo uno sgravio di responsabilità, in quanto trasferisce nel dominio delle cieche forze del caso le ragioni sul deterioramento del nostro intorno. Maldonado respinge subito questa tentazione, affermando chiaramente che l’ambiente non può non essere «il risultato della nostra volontà fattuale». In sostanza, egli compie un’assunzione di paternità nei confronti del nostro ambiente giova soltanto a coloro che hanno tutto l’interesse a proseguirne l’erosione e lo sfruttamento.

Capacità di fare

Alla ipotesi della pura casualità Maldonado sostituisce quindi l’ipotesi (ma si tratta di una certezza) della nostra volontà fattuale come causa efficiente della configurazione ambientale. Questa è il risultato della «proiezione concreta» di noi stessi e si presenta come conferma della tangibilità ultima di tutto ciò che sul mondo siamo, facciamo, vogliamo fare. C’è in Maldonado una energica affermazione di quella che Vico aveva definito la «capacità di fare», anche se, egli aggiunge, non è lecito identificare questa «capacità di fare» con la «capacità di progettare». Esiste infatti un fare senza progettare, come il gioco; e sull’altro versante, esiste un progettare senza un fare, come l’utopia: sicché gioco ed utopia rivelano un denominatore comune nella loro comune non soggezione a una utilità immediata. Ma tra il gioco e l’utopia esiste anche una differenza fondamentale, in quanto l’utopia è mossa dalla speranza, che invece manca totalmente nel gioco. E’ appunto la presenza di questa speranza che induce Maldonado a prendere in considerazione l’utopia come una particolare forma di progettazione, attribuendole un valore di critica del presente e di stimolo per una trasformazione della realtà. Ma la speranza progettuale su cui punta le sue carte Maldonado non è nemmeno quella utopica, troppo evasiva, in sostanza, nei confronti del presente. Ciò che vuole Maldonado è la messa a punto di una tecnica di progettazione capace di trasformare, qui e ora, la realtà in cui viviamo.
Ma come affidarsi alla speranza progettuale, se questa sembra compromessa per la corresponsabilità, che le viene imputata, nella edificazione della moderna società della grande manipolazione dell’uomo? La progettazione, si dice, si è messa al servizio delle classi dominanti, aiutandole nella loro opera di spoliazione e di distruzione dell’ambiente. Con la progettazione è imputata anche la ragione, che ne costituisce il fondamento: tanto più che si tratta di una razionalità che è accusata addirittura di essersi messa al servizio di una politica aberrante come quella nazista, offrendole la possibilità di attuare un genocidio organizzato. Sembra allora giustificato il nichilismo di Adorno e la sua affermazione che dopo Auschwitz tutta la cultura è immondizia. Dal nichilismo culturale al nichilismo politico non vi è che un passo: gran parte dei movimenti di contestazione, dice Maldonado, è contrassegnata da questo tipo di nichilismo che rifiuta ogni progettazione nel momento stesso in cui si pone come meta la rivoluzione totale.

Lusso intellettuale

Maldonado, però, rifiuta il discorso della non progettazione, in quanto egli lo ritiene in sostanza un lusso intellettuale, una progettazione, destinata solo a far proliferare artificiosamente gli oggetti e il loro universo complessivo, da una progettazione che cerca di aprire un varco su una azione articolata, coerente, socialmente responsabile, intesa a modificare in senso razionale l’ambiente dell’uomo e il suo destino. La progettazione, in questo secondo caso, pone il problema del suo rapporto con la rivoluzione, anzi pone se stessa come uno strumento indispensabile per un capovolgimento radicale della situazione. Il rapporto progettazione-rivoluzione rappresenta un problema di capitale importanza, ma non è un problema risolto. Ma questa situazione, aggiunge l’autore, «non può essere utilizzata come alibi per posticipare ancora l’avviamento del vasto intervento di progettazione ambientale dal quale può dipendere il nostro destino».