L’arte italiana negli anni sessanta
La rassegna è aperta nel Palazzo delle Esposizioni, all’insegna della «vitalità del negativo»
La mostra aperta al Palazzo delle Esposizioni di Roma all’insegna della Vitalità del negativo propone una rilettura delle correnti artistiche italiane degli anni Sessanta. Non è una mostra storica, non vuole esserlo: la scelta opera per tagli e scorci veloci, che enucleano alcune direttrici di ricerca all’interno del più vasto e vario territorio battuto dagli artisti in questi ultimi dieci anni. Trentasei presenze (meno tre per una inopinata defezione dell’ultima ora) appaiono comunque sufficientemente caratterizzanti, soprattutto se si tiene conto che esse si situano dentro le esperienze certamente più vitali di questi anni, quali le ultime battute del new-dada, la pop art e la figurazione oggettuale, l’arte cinetica e visuale, l’arte povera e l’arte concettuale. Semmai trentasei presenze sono troppe per un assunto critico tagliente come questo proposto da Achille Bonito Oliva sotto il segno della Vitalità del negativo: da questo punto di vista, la mostra sarebbe stata senza dubbio più scattante se ritagliata intorno a un numero minore di artisti, scelti con più crudeltà. La mostra si presenta quindi con un doppio volto: da un lato, può essere letta (con ulteriori tagli da fare per proprio conto) come riproposta critica tanto più incidente quanto più angolata da un particolare punto di vista; dall’altro, come una documentazione abbastanza significativa di ciò che è stato fatto nell’arte italiana dal Sessanta ad oggi.
Credo che il pubblico, che ha mostrato e continua a mostrare un forte interesse per la manifestazione, abbia scelto la seconda angolazione, soprattutto se si pensa che la capitale non ha quasi mai ospitato una mostra-panorama di questo tipo. Il bilancio complessivo può essere considerato positivo e i promotori degli Incontri Internazionali d’Arte, che hanno allestito la mostra con uno sforzo organizzativo veramente notevole, possono dichiararsi soddisfatti. L’interesse del pubblico e il consenso di non pochi critici stranieri, lontani dalle polemiche e dai malintesi che la manifestazione ha suscitato in un ambiente troppo eccitato e ipersensibile, ha dato loro piena ragione.
Ma è ora di esaminare l’assunto critico della Mostra: il tema non è dato dal confronto di tendenze diverse, quanto dalla loro convergenza; l’intento è di mostrare come la generazione che ha operato negli anni Sessanta muove da una esigenza comune: se la realtà, sostiene Bonito Oliva nel suo saggio introduttivo, ha una sua compattezza e una sua indiscussa vitalità, il linguaggio dell’arte, come negativo di questa realtà, possiede anch’esso una sua concretezza, una sua incidenza, una sua vitalità, la vitalità del negativo. L’artista opera e sa di operare all’interno di un sistema di segni, su «un linguaggio, che è sempre trasparente al mondo, ma che non è il mondo». Ma se il linguaggio non coincide con il mondo, non raggiunge il pareggiamento totale con la vita, rappresenta nondimeno un modo di agire sulla e nella realtà, si costituisce come «forza totale di rianimazione del mondo». Il denominatore comune delle esperienze artistiche degli anni Sessanta consiste quindi nella consapevolezza di agire sempre dentro il linguaggio, ma anche nel tentativo di accorciare il più possibile la distanza tra linguaggio e mondo, tra arte e vita. L’angolazione critica vuole mettere in luce la tensione interna che sospinge l’artista a trasformare il linguaggio specifico dell’arte in esperienza estetica, in un modo di esercitare la vita. Il taglio insiste non tanto su un’operatività che si conclude nell’oggetto finito quanto sullo sconfinamento dell’opera-oggetto nei territori delle strutture ambientali e, più avanti, in quelli del puro comportamento o della pura ideazione: il termine di riferimento è offerto soprattutto dalle più recenti manifestazioni dell’arte povera e dell’arte concettuale, in un ambito cioè in cui si è fatta più acuta la consapevolezza che «il mondo tenta di atrofizzare il senso di libertà (dell’artista) e che la società è un sistema di norme repressive che contengono ed arginano gli sconfinamenti ed i tentativi di rottura».
La proposta critica di Bonito Oliva si situa dunque come sviluppo e ulteriorità rispetto alle posizioni critiche acquisite in questi ultimi dieci anni ed esemplificate nel catalogo con una antologia di interventi di alcuni dei critici che hanno maggiormente contribuito alla chiarificazione dei problemi artistici degli anni Sessanta (non si comprende tuttavia, accanto alle testimonianze di Argan e Calvesi, di Vivaldi, Dorfles e Boatto, l’assenza di Celant, che è stato il teorico più significativo delle tendenze artistiche recenti conosciute con il termine di arte povera). Il saggio di Bonito Oliva appare però troppo spostato verso la situazione ultima e in un certo senso elude il confronto con le posizioni critiche precedenti e non chiarisce sufficientemente lo stesso tema della mostra in relazione alle presenze effettive degli artisti. Non a caso gli antecedenti immediati della situazione odierna sono attinti in un’area diversa da quella italiana, esemplificata nella mostra: l’action painting, il new-dada e la pop art, cui il critico si riferisce, son quelli americani mentre era necessario impegnarsi in un approccio della situazione specificatamente italiana in rapporto al tema della vitalità del negativo. Senza voler togliere nulla all’autonoma importanza del saggio, occorre dire che questa operazione di raccordo e di chiarificazione non è stata compiuta: sicché la mostra e la motivazione critica, che avrebbe dovuto sorreggerla, se ne vanno ognuna per proprio conto, almeno per un tratto del cammino.