Tra rivolta e rivoluzione

Si può anche non condividere l’impostazione teorica della mostra «Tra rivolta e rivoluzione – immagine e progetto», promossa dall’Ente Bolognese per le Manifestazioni Artistiche, ma non si può non riconoscere all’Ente il merito di uno sforzo organizzativo veramente serio, teso ad allargare l’area della comunicazione fino a coinvolgere l’intera città. E in modo del tutto naturale, l’efficienza dell’Ente bolognese fa pensare alla carenza di strutture culturali nella nostra città. Ma questo è un discorso vecchio, che abbiamo già fatto altre volte e che dovrà essere, tuttavia, ancora ripreso e sviluppato.

Una novità

Il fatto nuovo della manifestazione di Bologna è stato infatti il tentativo, in gran parte riuscito, di un decentramento della informazione, in modo da coinvolgere un pubblico molto più vasto della cerchia degli addetti ai lavori. Arte e architettura, cinema, teatro e musica sono stati i protagonisti di queste giornate: il tutto governato da una regia che ha tenuto d’occhio i quartieri periferici e non solo il «centro» della città.

Accanto alle manifestazioni artistiche c’è stato un convegno di intellettuali, invitati appositamente per discutere sui rapporti tra lavoro artistico e impegno ideologico e rispondere ad alcuni interrogativi di fondo, e in particolare se l’arte può contribuire (e in che modo) al compito fondamentale della liberazione dell’uomo. Il dibattito è risultato piuttosto dispersivo a causa della distanza ideologica degli intervenuti e anche per la diversa impostazione con cui il tema è stato affrontato anche nell’ambito degli intellettuali di estrazione marxista. Tuttavia, l’incontro non può non essere considerato positivo, non fosse altro perché ha consentito un primo confronto di idee e soprattutto perché ha messo in evidenza, in maniera plasticamente chiara, una doppia polarità nell’impostazione: da una parte, si è insistito in particolare sulla necessità di un più stretto impegno ideologico da parte dell’intellettuale e dell’artista; dall’altra, è stata posta l’esigenza di un approfondimento dei fondamenti stessi del marxismo, soprattutto in relazione allo sviluppo delle scienze umane.

Per quanto riguarda la mostra d’arte figurativa, gli organizzatori hanno voluto mette da parte qualsiasi discorso di tendenza e puntare tutto sulla intenzionalità ideologica delle opere. Da questo punto di vista, i contributi presentati dagli artisti italiani e stranieri, hanno posto il problema di una iconografia politica, ossia hanno affrontato la questione del trasferimento in immagini dei temi politici più scottanti e attuali: l’esempio più tipico e clamoroso, in questo senso, è dato dal grande pannello di Enrico Baj rappresentante «I funerali dell’anarchico Pinelli».

Si tratta di un’opera di denuncia politica, indubbiamente ricca di una generosa oratoria, tuttavia, essa risulta, alla fine, poco convincente in quanto appare costruita sulla base di una contaminazione stilistica, che nasce con l’omologare codici linguistici già largamente acquisiti, anziché scardinarli e cambiarli, come farebbe un’opera autenticamente, e non velleitariamente, rivoluzionaria.

L’equivoco

L’equivoco in cui è caduto Baj è lo stesso in cui si sono impigliati gli stessi organizzatori della mostra: la loro volontà di superare la divisione delle tendenze in nome di un comune impegno politico nasconde, in sostanza, una inadeguata riflessione teorica sulla pratica specifica dell’arte e dei modi con cui l’arte può contribuire, realmente, a modificare l’ordine costituito. Né gli organizzatori né la maggior parte degli artisti, presenti nella mostra bolognese, sembra si siano posti il problema preliminare, ma assolutamente fondamentale, dei rapporti tra immagine e realtà accettando come un dato pacificamente acquisito la fiducia ingenua nelle possibilità rappresentative dell’immagine, fiducia propria del senso comune, contro cui, invece, buona parte dell’arte moderna ha affermato la necessità di un impiego nuovo e più problematico del linguaggio.

La mancanza di una impostazione sufficientemente analitica è alla base anche delle non poche forzature critiche riscontrabili nella mostra. Ad esempio: l’interpretazione in chiave ideologica-politica di un’opera di Schifano del 1960, che rientra invece nell’ambito di una poetica della ricognizione e del reportage; la presentazione di un’opera iperrealista di Duane Hansen come denuncia, laddove l’artista (come del resto gli altri suoi compagni di strada e, in particolare De Andrea) gioca sull’ambiguità tra realtà e rappresentazione della realtà contestando ogni credenza ingenua nella immediatezza rappresentativa del segno iconico. Hansen e gli iperrealisti, insomma, sottopongono ad analisi la nozione stessa di comunicabilità, per cui la loro opera può essere interpretata come una riflessione metalinguistica sul linguaggio iconico. Nessuna consapevolezza del genere ritroviamo, invece, nelle opere di Alik Cavaliere, già pericolosamente compromesso alla Biennale di Venezia in una operazione velleitaria, proprio nella misura in cui si fonda ancora sull’idea-feticcio del potere rappresentativo e quindi anche di denuncia dell’immagine artistica. Molto più incidente sul piano ideologico, in quanto più consapevole sul livello linguistico, «Ebrea» di Fabio Mauri, che ha costruito una sorta di teatro della memoria, in cui le immagini non pretendono d. adeguarsi materialmente e ingenuamente alla realtà, ma si presentano come congegni mnemotecnici che rinviano ai campi nazisti di sterminio e, nello stesso tempo, si danno come presenze ammonitrici tuttora attuali. Convince anche la presenza di Emilio Vedova, che ha trasformano lo spazio in una sorta di arena dove le immagini e i segni trasferiscono la nozione di impegno sul piano di una gesticolazione violenta, fisicamente aggressiva.

Tentativi

Il dibattito avrebbe potuto recare un chiarimento teorico anche su questi aspetti della mostra: non sono mancati, infatti, i tentativi di impostare un discorso più analitico sulla prassi specifica dell’arte e dei suoi modi specifici di determinazione all’interno del più vasto e articolato campo operativo delle sovrastrutture culturali. Di notevole interesse, da questo punto di vista, il contributo del critico cinematografico Adelio Ferrero, che ha esattamente individuato le aporie di un cinema grezzamente

impegnativo e giustamente sottolineato l’apporto rivoluzionario di un cinema che scardina i contesti linguistici acquisiti.

Ancora più penetrante l’intervento di Mario Spinella, il quale ha insistito sul «carattere critico-utopico che fa dell’arte un momento di libertà soggettiva e di comunicazione intersoggettiva del senso della libertà e delle possibilità umane». Del resto è proprio Spinella a condurre, con la rivista «Utopia », una intelligente opera di ripensamento teorico della dottrina marxista con l’apporto

determinante della psicanalisi.

Personalmente (e l’ho anche detto nel mio intervento al dibattito) sono convinto della necessità, da una parte della cultura marxista soprattutto italiana, di una rifondazione e di un allargamento teorico delle basi dottrinarie del marxismo. La via da seguire è stata aperta da Althusser ed è stata, in parte già fruttuosamente percorsa dalla cultura francese, che, muovendo appunto da Althusser (e dalla rilettura freudiana di Lacan), viene sempre più inserendo la dottrina marxista dentro il dibattito aperto dalle odierne scienze dell’uomo, e in particolare dallo strutturismo linguistico, dalla semiotica e dalla psicanalisi.