La nuova linea della Rosenthal
Tra le iniziative industriali che in questi ultimi tempi hanno favorito l’affermazione di nuove forme chiamando a collaborare i nuovi designers contemporanei merita particolare attenzione l’attività svolta da alcuni anni a questa parte dalla Rosenthal che ha quasi completamente sostituito la vecchia produzione tradizionale con oggetti perfettamente rispondenti, per forma e per funzione, alle esigenze del pubblico d’oggi. E’ sorta così la Rosenthal Studio-Haus che si avvale della consulenza e della collaborazione di numerosi designers, appartenenti a diverse nazionalità, ma tutti estremamente qualificati, alcuni dei quali, come il finlandese Tapio Wirkkala, si possono considerare tra le personalità più significative del design internazionale. Accanto al finlandese operano dunque la Rosenthal Studio-Haus lo svedese Sigvard Bernadotte; i tedeschi Elsa Fischer- Treyden, Hans Theo Baumann e Nick Roericht; i danesi Biorn Wijnbland e Karl Gustav Hansen, gli americani Raymond Loewy, Eva Zeisel, Richard Latham e George Jensen; l’inglese Lucienne Day; il francese Raymond Peynet e l’italiano Emilio Pucci.
Che cosa si propone la Rosenthal Studio-Haus con questa iniziativa è molto semplice: « Attraverso la linea studio – scrive Philip Rosenthal – la Rosenthal vuole farsi promotrice del bello, da qualunque corrente artistica provenga, purché sia genuino e anche tecnicamente valido, purché scaturisca dalla sensibilità del nostro tempo e valorizzi, con la funzionalità, le proprietà del materiale ». Un programma, come si vede semplice e nello stesso tempo ambizioso, nel quale vorrei sottolineare soprattutto il richiamo alla « sensibilità del nostro tempo », tanto più significativo in quanto proviene da una industria che sembrava alcuni anni addietro la roccaforte del gusto tradizionale.
Non è possibile in una nota come questa che vuole essere soprattutto una nota di cronaca, intesa a segnalare al pubblico romano una iniziativa tra le più interessanti nel settore dell’industrial design, soffermandosi, in particolare sui singoli designers, ognuno dei quali meriterebbe un discorso a parte, grazie alla peculiarità e all’estro della propria produzione. Un discorso, questo, che in ogni modo ci ripromettiamo di fare in altre occasioni, anche perché la Rosenthal Studio-Haus unnunzia una serie di mostre personali dedicate ai suoi designers, a cominciare da ottobre prossimo con Tapio Wirkkala. Ma non è nemmeno possibile limitarsi a una segnalazione generica, senza cioè accennare, sia pure di corsa, almeno alle realizzazioni più interessanti presenti nelle vetrine del negozio romano.
E naturalmente non si può non cominciare con lo stesso Wirkkala, che ha lavorato e lavora intensamente per la Rosenthal, la quale è stata la prima fabbrica di porcellana a valersi dell’opera del designer finlandese. Questi ha creato per la Rosenthal Studio-Haus tutta una serie di forme stupende di porcellana bianca e in porcellana nera, che è un nuovo materiale ottenuto di recente dai tecnici della casa. Con questa nuova materia (che non è porcellana bianca ricoperta di smalto nero, ma una composizione nera ottenuta col miscuglio di diversi ossidi colorati, cotti ad alta temperatura) Wirkkala ha realizzato vasi, servizi di piatti, portafiori di una semplicità estrema e nello stesso tempo di grande finezza formale, affidandosi, quasi sempre, alla finezza della materia, ai contrasti di superfici lisce e rugose, a una decorazione sobria contenutissima. Sempre di Wirkkala ricordo ancora il bellissimo servizio di posate « form W » in acciaio, nella cui realizzazione il designer ha messo tutto il suo estro inventivo (si veda in particolare il coltello ) e tutta la sua sensibilità plastica.
Di Raymond Lowey bisognava segnalare soprattutto il servizio in porcellana « Forma 2000 », che ha avuto un grande successo commerciale, tanto che è stato definito il « classico servizio del ventesimo secolo ». Ancora: il servizio « Berlin » di Baumann; gli oggetti estrosi, ricchi di ironia e di lirismo, di Peynet; quelli favolosi e fantastici di Biorn Wijnblad i bicchieri di Jensen e quelli di Fischer-Treyden.