Un dibattito a Bologna 17/7/1979

Un dibattito a Bologna

17/7/1979

Basta dire: «l’arte agli artisti»?
Prendendo a bersaglio la funzione del critico si sfugge al complesso rapporto tra ricerca espressiva e informazione culturale

Ho mancato il convegno bolognese sulla «Autonomia critica dell’artista», tenutosi ai primo di giugno in concomitanza con l’Arte Fiera ’79. Avevo incontrato poco prima alcuni dei promotori, proprio a Bologna, in occasione di un mio intervento alla Galleria d’arte moderna sul tema della critica, o, meglio, su una possibile «critica della critica». L’argomento è stato poi dibattuto, con molti altri, nelle giornate congressuali, di cui ho in questo momento, sul mio tavolo di lavoro, quasi tutte le relazioni (poco meno di una trentina). A lettura terminata (tutto sommato preferisco leggere anziché ascoltare), penso che sia ancora possibile, anzi opportuno, intervenire sull’argomento, sfruttando anche questa mia postazione distanziata.

Dagli interventi si comprende, intanto, la complessità del tema e delle interpretazioni degli artisti. Una prima interpretazione si identifica con la criticità intrinseca del fare artistico, con una capacità di riflessione teorica e di costante verifica degli strumenti impiegati. Ne è venuta fuori, soprattutto negli interventi di Pozzati, Pignotti, Olivieri e Cotani, una figura di artista-intellettuale impegnato in un’analisi rigorosa dello statuto della propria disciplina in relazione dialettica con il contesto sociale. Ma ho l’impressione che, su questo punto, gli artisti abbiano mostrato una eccessiva preoccupazione «mimetica» nei confronti della critica e abbiano spostato l’accento troppo sul versante teorico e concettuale, quasi dimenticando che le ragioni dell’arte sono molto più complesse, più profonde e segrete. A ristabilire un certo equilibrio ci hanno pensato Griffa e soprattutto il francese Devade, che ha opportunamente insistito sulle motivazioni, surdeterminazioni, pulsionali del «fare arte» e ha parlato di una «jouissance (godimento) dell’atto pittorico che, qualunque sia il valore critico o analitico che vi si aggiunge, ne costituisce il fondamento».

A questa indispensabile messa a punto si ricollega la seconda interpretazione del tema negli interventi dello stesso Devade, di Bonalumi e di Tadini: l’insistenza cioè sull’autonomia conoscitiva del fare arte, sull’opera come oggetto di conoscenza, e sulla irriducibilità ad altro di un pensiero specificamente visivo o plastico.

E fin qui le cose appaiono abbastanza pacifiche in quanto si tratta di dati già acquisiti dalla riflessione teorica e critica sull’arte. In realtà, le intenzioni dei promotori erano diverse. Ben presto, infatti, il concetto di autonomia ha assunto le connotazioni che stavano veramente a cuore ai partecipanti, ossia il significato di una «autonomia dalla critica e dal potere» che la critica è venuta assumendo sul piano della informazione, della gestione culturale, della programmazione delle mostre.

Con lo slogan «l’arte agli artisti», Carrega ha messo le cose in chiaro rivendicando direttamente all’artista il ruolo di organizzatore di manifestazioni e di spazi espositivi.

Ruolo dell’intellettuale e autonomia creativa

L’obiettivo principale del convegno pone, comunque, una questione di fondo che non può essere elusa, anche se non sarà certamente lo slogan post-sessantottesco di Carrega a risolverla. Il problema può essere posto in termini semplici: la critica è l’unica ad avere accesso ai canali dell’informazione (giornali, televisione, radio) e a gestire le grandi mostre con una pratica che insiste sulla autonomia delle proprie scelte e che proprio per questa ragione finisce oggettivamente (ossia al di là della buona o cattiva fede dei singoli) con il porsi come un atto discriminatorio nei confronti degli artisti. Si tratta, come è chiaro, di un problema reale che investe, oltre tutto, il ruolo sociale dell’artista, del critico e, in genere, dell’intellettuale. Nello stesso tempo coinvolge la grossa e attualissima questione del rapporto tra gestione pubblica e gestione privata dell’arte. In definitiva, è ancora una volta una questione politica.

Una domanda si impone a questo punto: è possibile rinunciare alla funzione della critica e alla sua mediazione? In altri termini: è praticabile l’idea di una rinuncia a una pratica intellettuale il cui statuto si fonda, tra l’altro, sul giudizio di valore e conseguentemente sulle scelte? E cosa vuol dire autogestione degli artisti? Che tutti scelgono tutti? E’ probabile che dietro la proposta di una autogestione (scartando naturalmente le pure e semplici rivendicazioni corporative) si celi il grande mito di una società in cui non esista più la divisione del lavoro, dove tutti siano artisti e critici, e pescatori e cacciatori. Resta il fatto che viviamo in società tecniche avanzate, ricche di articolazioni e contraddizioni strutturalmente legate al loro funzionamento, dove esistono pratiche diverse, ciascuna costituitasi sulla base di un proprio patrimonio storico di conoscenze, di metodi.

La critica è appunto una di queste pratiche e in quanto tale deve essere considerata, secondo l’esatta definizione di Argan, una «disciplina autonoma e specialistica», che opera «secondo proprie metodologie, ha come fine l’interpretazione e la valutazione delle opere artistiche e, nel suo sviluppo, ha dato luogo al formarsi non soltanto di metodologie appropriate, ma di un vero e proprio linguaggio speciale». Ne discende una distinzione necessaria, rimasta in ombra nel convegno bolognese, tra la criticità intrinseca al fare artistico, che appartiene in proprio anche all’arte e all’arte moderna in particolare, e la funzione della critica come disciplina specifica.

Il potere clientelare e i «polli di Renzo»

Ma il punto più debole del convegno mi sembra ancora un altro: ho l’impressione cioè che gli artisti, assumendo la critica come termine fondamentale di contrapposizione, non abbiano alla fine individuato l’avversario reale. La questione consiste, invece, nel capire veramente che l’artista, il critico, l’intellettuale in genere, vivono una stessa contraddizione fondamentale che li chiude tutti nello stesso ghetto e li costringe a litigare tra loro. Come i polli di Renzo. E in questo trabocchetto non sono soltanto gli artisti a cadere. Occorre quindi spostare il punto di osservazione collocandoci su un piano più propriamente politico. Ci renderemo conto, così, che il campo in cui operiamo soffre di una storica mancanza di strutture, della carenza di musei e di pubbliche gallerie, di una cronica disorganicità degli interventi, di un impiego clientelare e lottizzato dalle forze intellettuali disponibili.

Mancano, di conseguenza, le premesse per un largo e articolato lavoro di ricognizione che offrirebbe agli artisti e ai critici lo spazio adeguato per esercitare e mostrare il proprio lavoro. Soprattutto, per incontrare, in modi più esatti e rigorosi, la crescente domanda sociale di cultura. Può accadere, certamente, che l’impiego pure legittimo della funzione critica (autonomia delle scelte, possibilità di costruzione di un discorso proprio) si risolva, a volte, nell’esercizio di un potere discriminatorio. Ma questo non discende dallo statuto della critica, come sembrano pensare non pochi artisti, bensì dalle distorsioni funzionali di un contesto sociale consegnatoci da bene determinate forze politiche che hanno governato per più di un trentennio il nostro paese. Il termine di opposizione reale non può essere che questo, una pratica politica, cioè, che ha scientemente mancato tutti gli appuntamenti con le riforme proprio per avere a disposizione un ampio spazio di manovra per una gestione clientelare del potere

Un dibattito a Bologna 17/7/1979
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