Un capitolo da approfondire nel pensiero del filosofo scomparso 18/8/1979

Un capitolo da approfondire nel pensiero del filosofo scomparso

18/8/1979

Arte e politica secondo Marcuse
Il significato e il ruolo della esperienza estetica nella comprensione e trasformazione della società

Un termine di riferimento fondamentale del pensiero di Herbert Marcuse, il pensatore tedesco-americano da poco scomparso, è rappresentato dall’attività artistica e, più in generale, dalla dimensione estetica. Marcuse, anche se in queste settimane non se ne è parlato marginalmente, ha continuamente ribadito questo munto, insistendo sul ruolo centrale dell’arte e dell’estetico nel processo di liberazione dell’uomo dai condizionamenti repressivi propri delle moderne società industriali avanzate. Da questo punto di vista, il pensiero di Marcuse si ricollega in maniera diretta a una delle istanze centrali delle avanguardie artistiche della prima parte del secolo. Nelle poetiche delle avanguardie l’opera d’arte si afferma nella propria autonomia linguistica, nella sua specificità strutturale, ma è avvertita, al tempo stesso, come qualcosa di parziale e di provvisorio, in quanto la libertà che essa esprime al proprio interno è anch’essa una libertà parziale che indica, in negativo, un’altra libertà, appartenente non più all’arte soltanto, ma alla totalità dell’esistenza.

L’oggetto artistico reca il presentimento di una vita reale diversa e si colloca, quindi, in una zona intermedia tra il reale e l’immaginario, risultato tangibile di una pratica sorretta dal desiderio. Di qui, un altro aspetto fondamentale delle poetiche delle avanguardie, l’esigenza cioè di un oltrepassamento dell’opera, motivata dal suo esser «separata», rispetto a una dimensione della realtà quotidiana percepita come «globale».

I limiti storici e teorici di questa prospettiva estetica sono stati più volte segnalati, soprattutto in ordine alla non adeguata valutazione del fattore politico e ad una analisi non sempre realistica delle forze sociali in gioco, atte a trasferire sul piano concreto quella istanza di rinnovamento totale. Bisogna subito aggiungere, tuttavia, che le difficoltà e le contraddizioni delle avanguardie nel punto di scontro con la dimensione sociale non appartengono solo all’arte, ma contrassegnano anche le vicende del pensiero e della pratica politica rivoluzionaria nel momento in cui viene affermato, come fattore fondamentale di un autentico rinnovamento individuale e collettivo, il passaggio o, come anche si dice oggi, la disseminazione del momento politico nel processo sociale. E sappiamo che il rapporto tra questi due termini rappresenta ancora oggi un problema di grandissima attualità, intorno al quale si sta svolgendo, all’interno della sinistra, un significativo dibattito.

Il problema di Marcuse è stato, in definitiva, quello di stringere insieme, se possibile, tradizioni culturali diverse, di far convergere in un medesimo progetto rivoluzionario l’eredità di Schiller e di Fourier. di Freud e di Breton insieme al pensiero dialettico della linea hegelo-marxista. In questo progetto Marcuse riprende il mandato schilleriano di ricostruire «l’uomo intero dentro di noi» per farne uno strumento di lotta contro la unidimensionalità voluta dalla società capitalistica. E forse è ancora pensando a Schiller che Marcuse ha tentato una revisione della prospettiva freudiana al fine di un recupero della forza vitale del principio del piacere al di là del principio di realtà. Schiller si era già mostrato convinto, in altri termini, che l’acquisto della cultura non comporti necessariamente una perdita irreversibile della natura.

Evidente risulta, poi, l’influsso delle schilleriane «Lettere sulla educazione estetica dell’uomo» sul costituirsi di uno dei nuclei più densi del pensiero marcusiano: la convinzione, cioè, che il monumento estetico svolga un ruolo dominante nel processo di liberazione dell’uomo e che sia necessario recuperare una struttura sociale in cui vivere sul piano estetico non sia più «privilegio del genio o segno del bohémien decadente».

La pedagogia estetica di Schiller mette, quindi, Marcuse in relazione con la tradizione artistica moderna e gli consente di rilanciare (sia pure implicitamente) l’istanza centrale delle avanguardie storiche: l’esigenza di sottrarre l’arte alla sua tradizionale condizione di eccezionalità e di trasferire i principi formativi (in cui si afferma una possibilità concreta, sia pure parziale, di autodeterminazione e di libertà) all’interno della esistenza quotidiana e, al limite, in una rinnovata pratica politica consegnata sempre più ai singoli soggetti e quindi vissuta in prima persona. Il grande fascino esercitato da Marcuse sulle minoranze giovanili alla fine dello scorso decennio deriva proprio da questo energico richiamo alla soggettività e alla autodeterminazione ed è connesso, in ultima istanza, alla fortissima componente utopica presente nel suo pensiero.

Ma è a questo punto che va problemizzata l’eredità marcusiana e con essa anche l’ideologia estetica delle avanguardie che assegna all’arte il compito di farsi carico del sociale e di commisurare su di esso il proprio fare e la propria stessa legittimità. Ma in questo la pratica dell’arte si accompagna alla pratica politica, il cui referente manifesto è sempre il sociale. E’ possibile, allora, porre una più stretta relazione tra l’arte e la politica? Affermare una sorta di equivalenza, nel senso che l’arte si rapporta alla dimensione estetica come la politica a quella sociale?

Uno studioso come Baudrillard, rivendica, ad esempio, «una dissoluzione del politico alla fine della storia, nella trasparenza definitiva del sociale». Allo stesso modo (si può aggiungere) che l’avanguardia postula il passaggio dell’arte in esteticità diffusa e, per il tramite di questa, in una dimensione che potremmo chiamare di socialità liberata.

Difficoltà e contraddizioni si presentano a questo punto, nel momento in cui si comprende che la transizione da un termine all’altro non può essere uno scopo ultimo, posto nella lontananza assoluta dell’utopia, ma che non può nemmeno verificarsi in tempi brevi o addirittura immediatamente, sotto la spinta di un desiderio che chiede subito il proprio appagamento. Il difficile è capire veramente, e assumere gli atteggiamenti conseguenti, che una società più libera, in cui ciascuno sia soggetto e non oggetto di storia, non è un traguardo garantito a priori e comunque, non è a portata di mano. Semmai è un obiettivo che si può anche raggiungere, ma costruendo giorno per giorno i mezzi adatti per trasformarlo in una realtà concreta.

Un capitolo da approfondire nel pensiero del filosofo scomparso 18/8/1979
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