Saggistica 13/10/1976

Saggistica

13/10/1976

Nel contesto futurista

AA.VV., IL FUTURISMO, Fratelli Fabbri Editori, pp.126, 52 ill. a colori, 58 b.n., L.2.500

TAVOLE PAROLIBERE FUTURISTE (1912-1944), antologia a cura di L. Caruso e S. M. Martini, Liguori Editore, pp.270, 112 ill. b.n., L 4.000

UGO PISCOPO, Questioni e aspetti del futurismo con un’appendice di Testi del futurismo a Napoli, Libreria Editrice Ferraro, pp.423, L. 5.000

Il futurismo rappresenta sempre un termine di riferimento importante degli studiosi sull’avanguardia artistica, soprattutto per i complessi e contraddittori rapporti che il movimento intrattenne con le correnti sociali e politiche dell’epoca, all’anarchismo e nazionalismo fino al fascismo. I tre titoli arricchiscono la letteratura storico critica sul futurismo e tutti e tre si soffermano, tra l’altro, su queste relazioni.

Nella collana diretta da Maurizio Calvesi per i Fratelli Fabbri, intitolata L’Arte nella Società, il primo volume è dedicato al movimento futurista con una angolazione che insiste appunto sui risvolti sociali, senza perdere di vista la specificità del fatto artistico. I contributi critici di Calvesi, La Monica, Villari, Masini, Damigella e la presentazione iconografica curata da Gabanizza, inseriscono il movimento nel contesto sociale dell’epoca, ne indicano con chiarezza le relazioni con il mondo del lavoro e dell’industria, con le correnti culturali dominanti (risaltano le presenze di Nietzsche, D’Annunzio, Sorel, Croce), e con l’arte soprattutto di Segantini, Previati, Medardo Rosso.

L’analisi è attenta a cogliere le contraddizioni del movimento, teso al rinnovamento della cultura artistica (e non solo artistica) italiana, particolarmente arretrata in quegli anni, e nello stesso tempo impigliato nelle ideologie nazionalistiche, dalle quali il fascismo ha tratto poi un indubbio nutrimento.

Ma ciò che caratterizza l’indagine e ne fa un utile termine di riferimento, è l’esigenza di evitare qualsiasi meccanica identificazione di futurismo e nazionalismo, futurismo e fascismo, e di tener ferma la specificità e la autonomia relativa alla portata autenticamente rivoluzionaria del movimento nei settori dell’arte e della letteratura, del cinema e del teatro, dell’architettura e delle arti applicate.

Si tratta di una impostazione metodologicamente corretta in quanto riconosce, certo, le relazioni con il più vasto contesto sociale, ma coglie anche la discontinuità tra le ragioni sociali e quelle più specificamente inerenti alla ricerca artistica. C’è, in definitiva la esatta consapevolezza che il campo storico è tutto percorso da linee di relazioni che ne fanno una totalità strutturata, ma nello stesso tempo è costituito da istanze diverse, aventi ciascuna una propria autonomia relativa, modi e tempi propri di sviluppo.

Sullo scarto determinante dei risultati concretamente raggiunti dai futuristi, sulla loro forza dirompente non solo rispetto al ritardatario panorama italiano, ma anche nei confronti delle esperienze artistiche europee, si sofferma anche il volume Tavole parolibere futuriste (1912-1944), una ricca antologia curata da Luciano Caruso e Stelio Maria Martini, autori, con Mario Diacono, dei lucidi saggi introduttivi. Il volume esamina un settore particolare, quello delle tavole parolibere, con cui i futuristi propongono una concezione assolutamente nuova della scrittura e del libro attraverso un uso inedito della tipografia, della spazializzazione dei caratteri sulla superficie del foglio, della relazione tra le parole e le immagini.

Si tratta di un aspetto fondamentale della ricerca futurista, soprattutto per comprenderne il contenuto di rinnovamento nell’ambito della letteratura e per superare tutta una serie di giudizi critici che, pur riconoscendo il valore rivoluzionario del movimento nell’area figurativa, considerano invece irrilevante il contributo futurista in campo letterario. Ancora un pregiudizio, connesso con una idea di letteratura fondata sulla discorsività e sul predominio esclusivo della parola-veicolo di significati istituzionalizzanti. Le tavole parolibere rappresentano invece «una vera e propria uscita tendenzialmente definitiva, dalla scrittura e dal libro», dando piena autonomia (rispetto ai significati usuali) alla parola tipografica, di cui viene sottolineata la pura fisicità e la disposizione inedita nello spazio. Lo stesso modo di produzione viene profondamente rinnovata, dal momento che le tavole introducono – scrive con penetrazione critica Mario Diacono – «un gesto tipografico nella scrittura, che dissocia la tipografia dall’alfabeto, e contemporaneamente formalizza il segno tipografico in oggetto, e avvia il “testo poetico” a dissolversi in azione (…) proiettando senza diaframmi linguistici il comportamento stesso nella tipografia».

Il terzo titolo è dato dal volume di Ugo Piscopo, Questioni e aspetti del futurismo, recante un’appendice di testi del futurismo a Napoli, che costituisce un contributo notevole non solo per una più diffusa e decentrata conoscenza del fenomeno futurista, ma anche per un approfondimento delle vicende culturali napoletane, assai spesso poco e per niente note. La prima parte del volume è invece dedicata ad una analisi di alcune componenti culturali della ideologia generale del futurismo e di Marinetti, in particolare (i saggi su Morasso, su Marinetti e il Positivismo, sulla presenza di Rimbaud e di Sorel nel futurismo, sul tema della città).

I nessi tra futurismo e contesto culturale sono indagati con fruttuoso accanimento da Piscopo, che riesce a portare nuovi e più sicuri documenti a sostegno di una serie di tesi già enunciate (ma in modo più generali che filologicamente dimostrativi) intorno ad alcuni momenti fondamentali della ideologia futurista. In qualche punto si ha l’impressione, tuttavia, che Piscopo voglia abbreviare troppo i percorsi, ricchi invece di sinuosità e di interne contraddizioni, che mettono in comunicazione futurismo e ideali borghesi dell’epoca, senza tener conto sufficiente dello scarto, della discontinuità che poetica e opere futuriste segnano in questo cammino. Sicché l’analisi storica ricade, talvolta, in impostazioni deterministiche, «ideologiche», appiattendo al livello delle matrici sociologiche l’enorme ricchezza della invenzione futurista e la diramata polivalenza di significati contenuta nelle opere concretamente realizzate.

Saggistica 13/10/1976
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