Rassegna 5/7/1961

Rassegna

5/7/1961

Prospettive dell’estetica

In un articolo apparso sul primo numero del nuovo periodico romano «Crisi e letteratura» Armando Plebe ritorna, dopo il suo «Processo all’estetica» (Firenze 1959), sulla crisi della riflessione filosofica sull’arte, affermando che non ha più senso nemmeno parlare di crisi dell’estetica, ma soltanto «della conclusione definitiva di un dato tipo di estetica e dell’inizio di un’estetica radicalmente diversa».

In realtà il “processo” all’estetica filosofica non è, almeno fuori d’Italia, un fatto recente. L’ha mostrato assai bene nel suo libro dedicato all’argomento lo stesso Plebe, il quale ha passato in rassegna le principali estetiche del nostro secolo senza dimenticare naturalmente, anzi ponendole in particolare rilievo, le obiezioni mosse da non pochi filosofi contro le estetiche sistematiche: a cominciare dal Dessoir, il quale già nel 1906 denunciava nella sua «Estetica e scienza generale dell’arte» le «formule spiegatutto» adoperate dai filosofi in materia d’arte, e continuando con Ogden e Richards, i quali elencarono sedici diverse definizioni dell’arte (ma poi ne aggiunsero anch’essi un’altra), fino alla critica radicale mossa dall’Ayer nel ’36 da un punto di vista neopositivistico.

In Italia invece questo “processo” è un fatto relativamente recente, giacché l’estetica idealistica, quella crociana in particolare, aveva dato a molti di noi la tranquillante sensazione – per non dire l’illusione – di trovarsi al vertice del pensiero estetico contemporaneo e di disporre di strumenti quasi infallibili per conoscere che cosa fosse l’arte. In realtà nemmeno da noi erano mancati gli obiettori di coscienza: basti ricordare il lavoro, oscuro, ma profondo e così ricco di future possibilità, svolto da Antonio Banfi per la formulazione di una estetica fenomenologica, oppure l’opera di alcuni critici, come l’Anceschi e il Binni, i quali con l’attenzione portata ai problemi di poetica tendevano ad una definizione più aperta, più flessibile dei fatti artistici; senza contare poi l’Aliotta che fin dal 1904 (l’ha ricordato giustamente lui stesso recentemente parlando del libro del Plebe) osservava come l’estetica crociana avesse eretto «ad eterne categorie dello spirito, dialetticamente inquadrate, quelle che erano solo distinzioni empiriche delle diverse funzioni della coscienza umana».

Una osservazione, questa, particolarmente acuta, che invita, fra l’altro, ad una rilettura secondo noi (e non soltanto secondo noi) fruttuosissima dell’estetica crociana in chiave descrittiva, puramente fenomenologica. Ma è dall’interno dello stesso idealismo, per giunta nella sua più strenua e rigorosa definizione deduttivistica offerta dall’attualismo gentiliano, che è scaturita, da noi, la critica più serrata contro l’estetica filosofica.

Ne è stato autore Ugo Spirito il quale ha dimostrato la problematicità della deduzione categoriale dell’arte, propria dell’idealismo, e quindi la problematicità di una fondazione filosofica dell’estetica. Per cui, come scrive lo stesso Spirito, riacquista valore «ogni altro tentativo di considerare i problemi dell’arte sul cosiddetto piano empirico, la cui contrapposizione a quello filosofico non ha più significato negativo».

Muovendo da queste premesse due giovani pensatori italiani sono giunti ad una radicalizzazione estrema del problema, deducendo dalla crisi dell’estetica filosofica la possibilità, o meglio la necessità di muoversi verso un’estetica, anzi delle estetiche, empiriche, puramente descrittive. Di uno si è già detto: si tratta di Armando Plebe, cha ha avuto il merito di condurre una disamina serrata dell’estetica contemporanea e di averne dimostrato la insussistenza teoretica; l’altro, Giovanni De Crescenzo, aveva già tratto per suo conto, nel suo «Disegno di estetica» (saggio fenomenologico, Napoli 1958), tutte le conseguenze che si potevano trarre dalla crisi dell’estetica filosofica, e, in primis, quella di proporre una estetica descrittiva, fenomenologica appunto, limitata all’arte letteraria e quindi consapevole del fatto che, una volta dimostrata la problematicità di dedurre l’estetica da una teoria generale della conoscenza, la stessa unità delle arti diventa una affermazione problematica, tale cioè da richiedere a sua volta una sua, peraltro come abbiamo visto impossibile, fondazione teoretica. Ma, e questo è forse l’aspetto più interessante e nuovo di questo contributo, l’estetica dell’autore è fondata si sul metodo fenomenologico, ma questo metodo appare profondamente mutato rispetto allo stesso Husseri in quanto esso si pone non come il fondamento primo delle scienze empiriche, ma come una scienza tra le scienze, con un proprio metodo e un proprio oggetto di ricerca e quindi diversa, ma non privilegiata, rispetto alle altre.

Posizioni antidogmatiche come queste del Plebe e del De Crescenzo, a parte il loro intrinseco valore, mi sembrano interessanti anche per un altro verso, per l’apertura cioè nei confronti della critica militante, abituata a guardare ai fatti artistici per così dire dalla parte di dentro, a contatto cioè con gli stessi artisti. Voglio dire che la riflessione empirica sull’arte, quale ci viene proposta dai due giovani autori, è finalmente una riflessione «metodologicamente colloquiale» (De Crescenzo) giacché si è spogliata della apoditticità propria delle posizioni sistematiche, aprendosi all’infinitamente vario e problematico operare dell’artista e del critico. Esse, cioè, offrono la possibilità di superare definitivamente il distacco e la reciproca diffidenza che hanno caratterizzato finora i rapporti tra filosofi da una parte e artisti e critici dall’altra.

L’estetica ha quindi compiuto un primo passo (il più decisivo) per superare questa situazione; occorre ora che anche i critici (e gli stessi artisti) compiano il loro, approntando le nuove metodologie. Giacché appunto di questo si tratta: di vivere non fuori ma in mezzo alla corrente e nello stesso tempo di coglierne il senso, la giusta direzione.

Rassegna 5/7/1961
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