Rassegna 27/8/1961

Rassegna

27/8/1961

Scultura dell’800 italiano

Si sa che l’arte italiana dell’Ottocento, nonostante i tentativi, un po’ nostalgici e un po’ sciovinisti, di certa critica tra le due guerre, ha visto sempre più declinare la sua fortuna, prima presso la critica e poi presso il pubblico degli amatori e dei collezionisti. Dopo il saggio, ancora più esemplare, del Cecchi sulla pittura italiana del secolo scorso, che aveva avuto il merito di ridimensionare codesto momento dell’arte italiana, pur salvando, in maniera senz’altro ancora persuasiva tutto quello che c’era da salvare, e soprattutto dopo la longhiana «Buona notte, signor Fattori», vera e propria epigrafe liquidatoria, se non proprio per il forte pittore toscano certo per gran parte della nostra cultura artistica ottocentesca, non si può dire, dopo tutto questo, che siano stati molti gli interventi della critica (intendiamo dire interventi di qualche rilievo) sull’arte italiana dell’Ottocento. Anzi si è visto questo, che, quasi reagendo contro una valutazione apologetica per amor di patria, critici anche prudenti si sono lasciati andare a stroncature violente di questo o di quell’artista, dal Canova, che è stato definito dal Brandi «ordinatore delle pompe funebri della scultura», fino al Gemito, «piccola e superficiale personalità» (Morisani). Si legge perciò con molta curiosità il libro che Giuseppe Marchiori ha recentemente dedicato alla scultura italiana dell’Ottocento, che della generale chiusura culturale del secolo scorso ebbe certamente a soffrire più della pittura (Giuseppe Marchiori: «Scultura italiana dell’Ottocento» Mondadori, Milano 1961). C’incuriosiva soprattutto vedere che cosa avesse spinto un critico militante e d’avanguardia come il Marchiori ad occuparsi di questo momento della nostra storia artistica indubbiamente remoto dai problemi e dagli umori dell’arte odierna. Tanto più che non si poteva pensare ad un fine semplicemente divulgativo (anche se questa finalità è stata presente e ampliamente soddisfatta dall’autore) e nemmeno ad un interesse storico-erudito, estraneo, ci sembra, al temperamento critico dell’autore. La risposta a quella domanda un po’ curiosa vien data si può dire fin dalle prime pagine; si tratta ovviamente di una risposta indiretta, ma non per questo meno chiara. Basta difatti osservare come il Marchiori si avvicini alle opere degli artisti e come si affidi, di fronte ad esse, ad un giudizio schietto ed immediato (ma-è ovvio- si tratta di una immediatezza che nasce da un lungo esercizio di lettura, da un’abitudine, maturata proprio sui testi contemporanei, a cogliere la qualità irripetibile dell’opera d’arte ed a distinguerla dal gusto e dalle moda) per accorgersi che l’autore ha voluto portare nello studio della scultura del secolo scorso la stessa spregiudicata freschezza di giudizio di cui egli si serve nella sua attività di critico militante.

Non che il Marchiori abbia rinunciato, così facendo, ad inserire i singoli artisti nel contesto ambientale in cui è nata la loro opera: il rischio di incappare in una storia fatta di «medaglioni», staccati l’uno dall’altro e tutti dallo ambiente storico, mi pare sia ben presente all’autore. Lo si può arguire dalle pagine che egli dedica all’ambiente integrato ed armonico in cui operò il Canova e quelle sulla situazione separata in cui, invece, alla fine del secolo si trovò ad operare Medardo Rosso. «Canova- scrive infatti il Marchiori- all’inizio del secolo, era tutto uno con la società che frequentava il suo studio come una reggia. Medardo Rosso, invece, sul finire dello stesso secolo, andava contro la società “borghese”, che lo rifiutava, che non voleva saperne delle sue “impressioni d’omnibus”, delle sue “donne con veletta” appena accennate sulla cera sensibile».

Illuminanti in proposito sono pure le pagine dedicate dall’autore alla scultura commemorativa ed equestre in particolare, dalle quali vien fuori un giudizio sulla cultura e sul costume della società italiana del tempo venato di una certa bonomia ironica, ma fermo nella sua definizione negativa. Parlando ad esempio della nostra partecipazione all’Esposizione parigina del 1867 l’autore osserva che «l’Italia aveva partecipato in forze, con gran numero di pittori e scultori, e con la convinzione di mantenere l’antico “primato” nelle arti, sostenuta da artisti, critici e scrittori, ai quali sfuggiva il senso della storia per l’incapacità di uscire dai poveri schemi scolastici di un pensiero sull’arte, molto in arretrato, salvo qualche eccezione, rispetto allo sconvolgimento del pensiero europeo».

Ma la scultura italiana dell’Ottocento non è tutta riducibile a quella, retorica e celebrativa, che si presentò all’Esposizione parigina e che, per la verità, ebbe anche un successo notevole (segno che la società bonapartista non era gran che più aggiornata della nostra- non a caso del resto aveva da poco respinto con esecrazione l’Olimpia di Manet). Accanto ad un’arte come questa, ossessionata prima dal culto dell’antico e poi da quello del vero, ma che non riuscì ad andare oltre una espressione generica e melodrammatica di affetti e sentimenti esemplari, c’erano pure artisti ed opere degne di restare. Ed è appunto su questi artisti e queste opere che il Marchiori esercita il suo giudizio discriminandoli dalla fitta rete dei fatti minori.

L’autore infatti inizia con una lettura penetrante e senza pregiudizi dell’opera canoviana, di cui individua innanzitutto il fondo settecentesco, evidente nella resa arguta di certi personaggi (come il doge Paolo Renier del Museo Civico di Padova) e soprattutto nella grazia sottile, a metà malinconica a metà sensuale, dei suoi nudi migliori.

Di Lorenzo Bartolini il Marchiori distingue giustamente tra le composizioni ufficiali e quelle più intime, dove l’artista riesce – e neppure sempre – a manifestare senza compromessi e senza eclettismi il suo amore per il vero. La stessa attenzione ai risultati formali l’autore porta nello studio degli altri scultori del tempo, maggiori e minori, dal Dupré, di cui ci dà un giudizio fortemente e giustamente limitativo, al Vela, al Marocchetti, al Magni fino al Gemito e al Rosso, i quali chiudono il secolo con la loro opera intensa, ricca di risultati felici.

Rassegna 27/8/1961
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