Rassegna 23/9/1961

Rassegna

23/9/1961

Dibattito sull’informale

Il numero di giugno della rivista milanese «Il Verri» è completamente dedicato ad un dibattito sull’arte informale. La discussione è aperta da quattro interventi che potremmo chiamare di fondo per l’impegno e l’ampiezza con cui vi sono affrontati i problemi storici ed estetici connessi con la poetica informale. Nel primo di essi scritto da G. C. Argan – «Salvezza e caduta nell’arte moderna» – viene riaffermata la interpretazione dell’informale come un aspetto della crisi dell’uomo contemporaneo. L’arte informale però non copre tutta l’area dell’esperienza estetica: l’urbanistica, l’architettura, il design non presentano difatti alcuna analogia con essa; anzi se ne staccano in maniera radicale per la interpretazione diversa che essi danno della natura e delle finalità del fare estetico. Anch’essi cioè prendono atto della crisi del mondo moderno ma ne propongono una soluzione costruttiva attraverso la integrazione dell’arte e della vita sociale. L’ideologia del design viene appunto di qui, dalla convinzione che «l’artista-progettista potesse controllare e orientare lo sviluppo progressivo della tecnica e, in un ambito più largo, il comportamento attivo o produttivo della società». Era, come sappiamo oggi, un assunto utopistico e come tale era stato denunciato dal marxismo ufficiale, il quale però, osserva acutamente l’Argan, «non ha finora opposto altro che il principio dell’estraneità dell’arte alla problematica del fare umano e della sua subordinazione a un’immediata finalità politica».

Ma vediamo qual è la soluzione proposta dall’informale; e prima ancora vediamo se l’informale propone una qualche soluzione. L’autore lascia intendere a questo punto che l’informale propone comunque un’alternativa, un riscatto alla crisi dell’uomo d’oggi dalla sua situazione di uomo di massa. L’informale (e in questo diciamo noi è la sua radice romantica) guarda alla natura più che alla società. «Ma quella realtà di cui non s’arrivano a scorgere i confini – scrive ancora l’Argan – quella natura naturans e non naturata alla quale l’uomo si sente legato…non sono che un orizzonte fittizio o un miraggio, come la società ideale di Mondrian e di Gropius». L’informale è quindi soprattutto un’acuta, drammatica presa di coscienza della situazione alienata dall’uomo contemporaneo ed una protesta contro il processo di massificazione che caratterizza il nostro tempo. «Nel momento stesso in cui – scrive di fatti Argan – la forza dell’immagine viene potenziata e sfruttata dal cinematografo, dalla televisione, dalla propaganda politica, vi sono degli artisti che rifiutano di dare ai gruppi direttivi la collaborazione della loro esperienza raffinata dell’immagine, e talvolta spingono il loro diniego fino a tentare di portare l’arte al di là del confine, non soltanto della rappresentazione, ma dell’immagine stessa».

Di notevole interesse si rivela anche il secondo intervento che è di Renato Barilli. Questi vede nell’arte informale una nuova apertura sul mondo esterno dopo la frattura operata dalle poetiche astrattiste della prima metà del secolo, le quali avevano sottolineato soprattutto «l’autosufficienza del quadro, e il suo stare a sé, chiuso e saldato in una corrispondenza perfetta da parte a parte». L’informale rappresenta invece la critica e il capovolgimento di questa situazione. Di conseguenza l’opera d’arte informale si apre sul mondo, si arricchisce di riferimenti semantici e di allusioni alla realtà che vive fuori di noi. Perciò Barilli rifiuta una interpretazione dell’informale come un nuovo concretismo, come di un fatto cioè in sé assoluto, privo di rimandi e di aperture. Nelle opere informali, prosegue quindi l’autore, non viene mai meno «la struttura della referenzialità». Anche il gesto che è al fondamento di molta arte informale non vale in assoluto, come un puro atto esistenziale, ma implica tutta una gnoseologia (che è poi quella dell’automatismo), la quale comporta a sua volta ancora un rapporto a due, una referenzialità al mondo.

Seguono poi «Ipotesi attuali» di Enrico Crispolti, in cui vengono prospettate alcune possibilità di sviluppo dell’attuale situazione artistica, e «L’informale come opera aperta», una interessante interpretazione di Umberto Eco che vede nell’opera informale «un campo di possibilità interpretative», una «configurazione di stimoli dotati di una sostanziale indeterminazione, così che il fruitore sia indotto a una serie di letture sempre variabili…».

Un’antologia, curata da Crispolti, di testimonianze di artisti e di critici introduce il lettore ad una ricca e non meno interessante serie di interventi brevi, tra i quali ricordiamo (nell’impossibilità di menzionarli tutti) «Libertà e determinismo» di U. Apollonio, «Un naturalismo moderno» di F. Arcangeli, «Un grido nel deserto» di S. Bottari, «Non-segno e non-significato» di C. Brandi, «Colore e suono» di P. Bucarelli, «Informale e dopo-Informale» di M. Calvesi, «Fenomenologia e Informale» di E. Paci, «Verso una nuova metafisica» di U. Spirito, «In margine all’informale» di L. Venturi.

Rassegna 23/9/1961
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