Rassegna 19/8/1961

Rassegna

19/8/1961

“Avanguardia” ieri e oggi

Non crediamo sia un caso che a tentare una prima sistemazione critica delle più recenti tendenze nell’arte d’oggi (Gillo Dorfles: «Ultime tendenze nell’arte d’oggi», Feltrinelli, Milano 1961) sia stato un autore come il Dorfles il quale, oltre ad essere un critico militante, è anche, e soprattutto, uno studioso di estetica e che, appunto in questo campo, ha dato dei contributi decisivi per uno svecchiamento del pensiero sull’arte, operando dapprima uno scandaglio per la fondazione di una estetica fenomenologica («Discorso tecnico delle arti» 1952) e soffermandosi poi («Le oscillazioni del gusto» 1958 e «Il Divenire delle arti» 1960) sul carattere continuamente mutevole che l’arte viene assumendo in maniera sempre più decisa in questi ultimi tempi, nei quali assistiamo ad una consumazione di forme prima mai vista.

Ma l’attenzione particolare che il Dorfles presta al mutare continuo dell’arte ed alle conseguenti oscillazioni del gusto non impedisce all’autore, il quale conserva un senso assai vivo del valore artistico, di tenere ben ferma la distinzione tra componente modale e componente stilistica di una determinata epoca e quindi la irriducibilità dell’arte al gusto ed alla moda. Anche in questo suo ultimo intervento il Dorfles è attento a cogliere la distanza che separa non solo le tendenze più vive e più ricche di futuro dalle altre che operano sul piano riduttivo del gusto, ma anche quella che divide un artista autentico da un abile imitatore di forme altrui.

Il Dorfles sicché procede ad una analisi particolareggiata dell’attuale situazione artistica muovendo da una classificazione delle diverse tendenze: egli distingue così nell’ambito della pittura due grandi correnti, ossia una pittura segnica e gestuale, basata soprattutto «sulla velocità di esecuzione e sull’impiego prevalente di elementi graficamente differenziati piuttosto che sulla stesura di ampie superfici colorate», ed una pittura materica «basata sopra una particolare ricerca di nuovi valori legati all’uso di un determinato materiale”inventato” o trovato». Accanto a queste due tendenze fondamentali dell’arte odierna, l’autore individua ancora la ripresa di un nuovo concretismo, che sembra riprendere certi motivi cari al costruttivismo storico, il ritorno di una nuova figuralità, da tener ben distinta però sia da quella di ascendenza surrealistica sia da quella prevalentemente programmatica del realismo politico, e poi l’arte spaziale e quella cinetica e l’informale, senza contare poi tutte le osservazioni sulla scultura, sulle quali non è possibile soffermarsi in questa sede. Vale la pena di ricordare però come il Dorfles distingua la pittura gestuale, quella cioè in cui il segno si identifica con la velocità di esecuzione e con l’impulso cinetico ad essa dato (si pensi all’arte di un Kline ad es.), dalla pittura segnica vera e propria, contraddistinta dalla persistenza di «un principio compositivo previsto se non preordinato» come avviene nella pittura di Hartung. Ancora diversa è la situazione di alcuni artisti, come il nostro Capogrossi, che riducono il segno ad una sorta di scrittura, a «cifrari altamente”istituzionalizzati”». A proposito dei quali il Dorfles sottolinea (e mi pare con buona opportunità) il loro carattere significante, anche se si tratta di quella particolare significazione del linguaggio artistico che la Langer, come ricorda l’autore, definisce presentativa e non discorsiva, tale cioè da avere in se stesso il proprio rimando semantico.

A codesta classificazione preliminare, fondata su una analisi oggettiva della forma, e che sembra situarsi a mezzo tra pura visibilità e fenomenologia, il Dorfles fa seguire una indagine particolareggiata sugli artisti più significativi, avvertendo che la sua scelta, appunto perché non vuole offrire un panorama storico, è una scelta, come dicevo, «tendenziosa», nel senso cioè che essa intende sottolineare soltanto quei nomi e quelle tendenze che appaiono all’autore realmente vivi e nuovi. Di qui la particolare importanza che il Dorfles attribuisce ad un artista come Mathieu, cui viene giustamente riconosciuto il merito della priorità di certe soluzioni pittoriche (quelle appunto affidate al segno estemporaneo) e soprattutto la chiara visione delle nuove vie che l’arte avrebbe poi effettivamente percorso.

Non mi pare tuttavia che si possa condividere del tutto la tesi dell’artista francese sulla assoluta novità dell’arte d’oggi anche nei confronti di quella dell’immediato passato. Secondo Mathieu, ad es., artisti come Kandinski e Mondrian «non hanno fatto, in fondo, che tradurre nella non figurazione la estetica del Rinascimento», laddove l’arte più recente, basata sulla «velocità di esecuzione», sul «rifiuto di premeditazione sia nel fine che nel gesto» e su di «un certo stato d’estasi», rappresenterebbe un fatto assolutamente nuovo.

Certo, si deve riconoscere che quest’arte dell’estemporaneo, in cui la distanza tra ideazione ed esecuzione viene ad accorciarsi, fino a scomparire del tutto, come in certa arte orientale, rappresenta qualcosa di pressocché inedito nella tradizione artistica occidentale, anche se, come ha ricordato lo stesso Dorfles, non si deve dimenticare il lavoro compiuto in questa direzione da Kandinski, soprattutto nella sua fase monacense. D’altra parte la stessa presenza di motivi orientali nell’arte e nella cultura europea non è poi un fatto così nuovo. In realtà la interazione tra le due culture, indubbiamente assai attiva in certe correnti dell’arte contemporanea (si pensi ad un Tobey o ad un Michaux), non è che il risultato di un lento processo di integrazione che ha avuto inizio, si può dire, con il primo Romanticismo tedesco e con la speculazione schopenhaueriana. La stessa tecnica dell’estemporaneo e dell’automatismo psichico non è un fatto assolutamente inedito nella cultura occidentale, essendo riscontrabile non soltanto nella poetica surrealista, ma anche nelle poetiche di un Lautrèamont e di un Rimbaud. Senza contare, poi, che alcuni dei concetti delle dottrine del Buddhismo Zen, ricordati opportunamente dal Dorfles a proposito dell’arte odierna, i concetti ad esempio di «vuoto» e di «assenza», sono reperibili nelle poetiche, per tanti aspetti affini, di un Mallarmé e di un Mondrian.

Vogliamo dire, con questo, che, pur riconoscendo all’arte odierna tutta la sua originalità rispetto all’arte che l’ha preceduta (anzi, a questo proposito, mi pare che in questi ultimi venti anni gli artisti abbiano compiuto un’opera di rinnovamento paragonabile a quella delle avanguardie degli inizi del secolo), non si può tuttavia separarla dai fatti che l’hanno preceduta, come finiscono col fare sia Mathieu sia M. Tapié, l’altro teorico dell’arte nuova. Né mi pare possibile condividere le osservazioni del Dorfles a proposito dell’arte informale, il cui significato, dice l’autore, non ha bisogno neppure di essere spiegato «giacché informale significa appunto contrario ad ogni forma, opposto ad ogni volontà formativa». Il Dorfles cioè dà del termine informale una valutazione negativa fondando sul significato letterale del termine (un po’ come si è fatto in passato, che so, con l’impressionismo) e trascurandone il significato storico, non tenendo conto cioè della differenza tra forma artistica e forma naturale e che è solo a quest’ultima che l’informale intende rinunciare. Ma, tutto questo potrebbe anche essere accettato, qualora il termine venisse poi usato sempre in senso valutativo, implicasse cioè sempre un giudizio di valore negativo (come faceva, poniamo, il Croce col termine barocco) e non fosse associato, come fa poi il Dorfles, ad un significato storico, caratterizzante una determinata poetica e determinati artisti, di cui si riconosce la validità estetica: come accade, sia pure con grosse riserve, con Fautrier e, questa volta con pieno consenso, con gli artisti informali americani. I quali sono raggruppati, è vero, sotto la denominazione di action- painting e non sotto quella di informale, ma, come dice lo stesso Dorfles, ciò avviene solo «per una ragione di comodo: ossia per poter considerare assieme un determinato settore della più recente pittura americana».

Come si vede, il libro del Dorfles, nella sua apparente veste divulgativa (un compito, questo, che esso assolve comunque assai bene) è un libro assai problematico, suscitando si può dire ad ogni pagina spunti di discussione, consensi e dissensi apertissimi: e questo ci pare il segno più sicuro della sua vitalità.

Rassegna 19/8/1961
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