Problemi Moderni – L’arte ci salverà – 22/5/1960

Problemi Moderni – L’arte ci salverà

22/5/1960

La soluzione che un italiano propone perché la personalità umana non sia come stritolata dalla “civiltà di massa” e dal prepotere delle macchine

La guerra era finita da tempo, ma gli abitanti non erano tornati dalle campagne. Nella città deserta tutto procedeva come prima: le automobili telecomandate ripercorrevano lo stesso cammino sotto l’occhio attento dei «robots» addetti al traffico; negli uffici e nelle fabbriche gli automi ripetevano gli stessi gesti, ubbidendo con la consueta scrupolosità ad ordini che però non avevano più senso, ora che tutti avevano abbandonato la città, senza nemmeno avere il tempo di arrestare la «Centrale», il cervello meccanico che muoveva i fili della fitta rete dei servizi. Solo Mitch Laskell era tornato, a cavalcioni di una bicicletta: egli amava la città, la sua vita ordinata e funzionale, le macchine che la muovevano con un ritmo armonioso. Ma doveva far presto a riprendere subito il dominio della Centrale, impartirle gli ordini adatti alla nuova situazione; prima che gli uomini, che aveva incontrato per strada, la distruggessero, ora che ne avevano perduto il controllo. Mitch riteneva stupido rinunciare all’aiuto della Centrale: bisognava invece recuperarla, piegarla di nuovo alle esigenze dell’uomo, prima che questi se ne sentisse del tutto estraniato. Il dilemma in cui si dibatteva il volenteroso Mitch Laskell nel racconto «Servocittà» di W. M. Miller jr., apparso nelle «Meraviglie del possibile», una antologia di «science fiction» pubblicata recentemente da Einaudi, è un dilemma non di fantascienza soltanto, ma attualissimo e ben presente già oggi alla coscienza di sociologi e uomini di cultura.

È di questi ultimi tempi l’appassionata requisitoria di E. Zolla contro il macchinismo dominante e i pericoli di alienazione spirituale che esso comporta per l’uomo. Ma la soluzione, indicata dallo scrittore nel rifiuto della civiltà della macchina, in un non consenso alle infinite sollecitazioni che ci vengono dalla industria culturale, è troppo individualistica, in un certo senso ancora romantica ed aperta ad un esito metafisico, per poter essere accolta da chi ritiene, invece, che spetta all’intera società rimediare ai mali da essa stessa provocati.

Una soluzione più dialettica, che, muovendo dall’interno di questa nuova e minacciante civiltà, consenta all’uomo di ridurre alle proprie esigenze, non soltanto materiali, la vita delle macchine, ci viene proposta da Rosario Assunto in una raccolta di saggi pubblicati, alla fine dell’anno scorso, nelle edizioni di «Comunità» col titolo significativo di «L’integrazione estetica». Bisogna prendere atto, riconosce l’autore, che le macchine tendono a sostituirsi all’uomo; ma da questa circostanza occorre trarre profitto «affinché l’uomo prenda il comando delle macchine che egli stesso ha create».

Se difatti il mutamento dei modi di produzione e lo sviluppo industriale hanno destato e destano tuttora forti inquietudini per la sorte dell’arte e della libertà dell’individuo, si va d’altra parte facendo sempre più radicata la convinzione di una possibile reciprocità tra l’estetico e il tecnico, tra l’arte e la scienza. Del resto l’industria tende già in molti settori ad acquisire i modi stessi del fare estetico, realizzando con esso una reciproca compenetrazione di mezzi e di fini. Su questa via il dissidio tra la «qualità» dell’estetico e la «quantità» della produzione industriale può essere sanato, come di fatto già avviene in virtù della sempre maggiore diffusione dell’«industrial design». I «designers», portando la qualità estetica nella serie produttiva rendono possibile la creazione di «oggetti», che, pur essendo riprodotti in migliaia o in milioni di esemplari, non perdono le qualità artistiche del modello. Ma è evidente che questa integrazione estetica risolve il problema dei rapporti tra quantità e qualità al livello della fruizione dell’oggetto, e non al livello della produzione. A differenza dell’artigiano, che segue il processo di lavoro dall’inizio alla fine, e in ciò può trovare il riscatto del meccanicismo ripetitivo, l’operaio è per lo più legato ad un’unica brevissima fase dell’intero ciclo produttivo. Se perciò gli si vuole evitare la sorte del povero operaio descritta da Chaplin in «Tempi moderni», non è più sufficiente risolvere il problema quantità-qualità all’inizio e alla fine del processo produttivo, ma bisogna pensare a risolverlo in ogni singola fase della catena di produzione. E la soluzione viene suggerita dall’autore in “Job and Hobby”, che è il capitolo centrale e forse più suggestivo del libro.

Un possibile e auspicabile effetto della meccanizzazione, ci dice l’autore sulla scorta del Calogero, è l’avvento di un’epoca in cui il lavoro, il «job», occuperà una parte minima della giornata e ciascuno avrà a disposizione un gran numero di ore per i propri passatempi. Ma appunto allora sarà necessario inventare qualcosa che vada oltre le «hobbies» convenzionali; qualcosa cioè che, pur conservando di queste il senso di libertà e di giuoco, abbia anche un carattere più costruttivo, per cui l’individuo senta la sua «hobby» veramente necessaria alla propria completezza spirituale. Di pari passo con questa «libertà dal lavoro» (una promessa che oggi può sembrare un’amara ironia) sarà possibile realizzare anche una «libertà nel lavoro», sottraendo il nostro «job» da tutto ciò che può avere di costruttivo e di meccanicistico. Ma il lavoro può essere libero, come le «hobbies», solo quando la sua esperienza sia vissuta come gioco e cioè solo quando saremo riusciti ad «estetizzare», non solo i prodotti dell’industria, ma i singoli momenti del ciclo di lavoro, per cui l’impiego della macchina sarà reso così attraente da stimolare e soddisfare nello stesso tempo le capacità di giuoco proprie di ciascun individuo.

Esposta in questi termini inevitabilmente frettolosi, senza il corredo delle penetranti motivazioni storiche ed estetiche addotte dall’autore, l’integrazione estetica proposta da R. Assunto può anche apparire una nuova utopia. E invece essa è profondamente radicata nel possibile e, ciò che più conta, si inserisce in maniera originale in una corrente assai viva del pensiero e della pratica artistica odierni: basti pensare che alle sue spalle c’è l’esperienza rinnovatrice del movimento olandese di «De Stijl», coi Mondriaan e i Doesburg, senza contare la nuova didattica della «Bauhaus» di Gropius, e cioè i due movimenti artistici europei che hanno aperto il cammino verso una sempre più intima e profonda partecipazione dell’arte ai problemi della vita collettiva.

Problemi Moderni – L’arte ci salverà – 22/5/1960