Per una nuova figurazione 7/8/1963

Per una nuova figurazione

7/8/1963

Ogni volta che si parla di una nuova situazione nel settore delle arti figurative, si delineano nello ambito della critica due atteggiamenti diversi: c’è chi nega tout court che una nuova situazione vi sia veramente, una situazione cioè storicamente fondata e collaudata da risultati concreti, è non, invece (come si ritiene da questa parte) poco più che di una pura e semplice invenzione di critici e di mercanti. Il bersaglio grosso è in questi casi la «nuova figurazione» che viene considerata una sorta di ritorno su posizioni già superate, quasi un tradimento delle istanze rinnovatrici dell’«astrattismo» e dell’«informale».

Da un’altra parte si intendono – e fraintendono – le nuove manifestazioni artistiche come una sanzione finale della morte del «non-figurativo», non importa se astratto o informale, ed equivocando sul reale significato dei fatti nuovi, sui fatti appunto della «nuova figurazione», si tenta di far rientrare le forme del vecchio naturalismo, sia pure modernamente mimetizzate.

L’equivoco implicito in questa radicalizzazione degli atteggiamenti critici (se posson ancora chiamarsi così) è legato ancora alla polemica tra «astratto» e «figurativo» che ha caratterizzato la cultura artistica italiana per molti anni, proprio quando una conoscenza adeguata della fenomenologia artistica informale avrebbe certamente contribuito ad evitarla. Poiché l’informale, nel suo tentativo di prensione diretta del reale, aveva abbandonato ogni precedente rigorismo programmatico e si era aperto a un campo praticamente illimitato di possibilità esplorative, ivi compreso il recupero di una immagine della realtà colta nelle sue forme discrete e finite, al di là o al di qua dell’indistinto e dell’informe materico.

Non è possibile seguire perciò quella parte della critica, di prevalente estrazione marxista (ma non marxista soltanto), che sembra considerare positivamente certi sviluppi dell’arte più recente in senso neo-figurativo perché in essi sorge il superamento e la sconfessione dell’arte informale, interpretata come un’arte di evasione tipicamente borghese di fronte agli impegni che l’individuo e l’artista devono affrontare nella società contemporanea. Si rimprovera all’esperienza informale soprattutto questo, di avere smarrito il senso dell’umano e di aver preferito, a soggetto dell’arte, non più l’uomo e la storia, ma una avventurosa e, alla fine, sterile peregrinazione nei regni dell’irrazionale e dell’informe.

Naturalmente queste obiezioni presuppongono un senso preciso dei termini «umano», «uomo», «realtà» e via dicendo: un senso che viene poi contrapposto, come valore a disvalore, al significato che agli stessi termini viene dato nella poetica informale. Ora, cercando di precisare, sia pure schematicamente, quali significati assumono, nell’ambito della critica che ho definito di prevalente estrazione marxista, le nozioni di «umano», «uomo», «realtà», ecc., credo si possa dire che di esse venga fornita una interpretazione fortemente antropomorfica e antropocentrica e, in senso più lato, sociocentrica, con la conseguenza che l’operazione artistica e quella critica finiscono con l’essere strumentalizzate, sia pure con più scaltrezza e meno dommatismo di qualche anno a dietro, in vista di certe finalità «positive» che l’individuo e la società devono conseguire in quel determinato momento storico.

Sul piano che riguarda più da vicino i concreti problemi della espressione artistica, quell’atteggiamento si traduce in una interpretazione «figurativa» dell’arte, nel senso che oggetto di questa non può non essere il reale, e questo, a sua volta, non può non essere rappresentato dall’immagine dell’uomo e dalle forme con cui all’uomo si danno le cose che lo circondano. A questo livello l’antropocentrismo, proprio perché al suo interno l’uomo conserva il ruolo privilegiato che aveva nella tradizione classicistica, si trasforma in naturalismo, ossia in una interpretazione del reale quale si era venuta formando nel corso del secolo scorso come conseguenza, non già dell’umanesimo, ma di una interpretazione riduttiva e asfittica di esso.

L’arte informale, invece, per la estrema apertura e disponibilità delle sue immagini, aveva espresso il tentativo di racchiudere in sé il più possibile di realtà, mostrando come questa sia qualcosa di molto più vasto e più profondo di ogni vecchio e nuovo «realismo». Su questa via, che è poi quella intrapresa dall’arte almeno da un secolo a questa parte, l’informale rappresenta il tentativo più radicale e lo scandaglio più profondo verso l’attingimento di una realtà intesa non più in senso antropomorfico, ma indagata e colta nelle sue matrici organiche. Ed è ancora su questa via che si muovono le tendenze più vive e aperte dell’arte recente, le quali sembrano caratterizzarsi proprio per il fatto che esse ereditano e accolgono in sé l’apertura e l’estrema disponibilità dell’arte informale di fronte al reale, abbandonando ogni residuo antropocentrico per tentare quella che Pierre Francastel ha chiamato «una esplorazione polisensoriale del mondo».

Per una nuova figurazione 7/8/1963
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