Nuove analisi sul linguaggio televisivo 12/7/1979

Nuove analisi sul linguaggio televisivo

12/7/1979

Sta nascendo anche la video-arte
Il contributo di critici ed operatori culturali alla definizione del rapporto tra esperienza artistica ed informazione

Tim Benton è un inglese nato a Roma. Si interessa di arte, di architettura e di design. Ha insegnato alla Open University e quindi è un esperto di televisione. Ma si lamenta dei suoi connazionali, colpevoli, a suo dire, di dare poco spazio all’arte nei programmi televisivi. E poiché sta parlando a un pubblico italiano, in occasione del convegno indetto dal XXX Premio Italia lo scorso anno a Milano sul tema «Le arti visuali e il ruolo della televisione», ci dice, con fair play tutto inglese, che queste cose in Italia non possono accadere, considerata la grande tradizione umanistica del nostro paese. A disilluderlo ci pensano gli altri convegnisti (italiani e stranieri), di cui possiamo leggere gli interventi negli atti del convegno ora pubblicati a cura delle edizioni della RAI.

Ci sono personaggi assi noti, da Moles a Dorfles, da Berger a Hoggart; gli artisti Douglas Davis, Luca Patella, Eugenio Carmi, Wolf Kahlen; i critici d’arte Boatto, Fagone, Monnier-Rabal; gli esperti di cinema e di comunicazioni visive Martin Krampen, Boleslaw Michalek, Rino Mele, Olivier-René Veillot: tutti sono concordi su un punto, la televisione, in quanto mezzo di comunicazione di massa, non solo ha finora sacrificato ogni seria informazione sull’arte, ma non ha ancora compiuto una verifica rigorosa delle sue stesse potenzialità di espressione e di comunicazione. E’ accaduto e accade co la televisione quello che è capitato alla fotografia e al cinema ai loro inizi, fino a quando cioè non si sono liberati della tutela della pittura e del teatro e hanno cominciato a camminare con le proprie gambe.

Non sembra che la televisione abbia compreso la lezione se si tiene conto del fatto che la maggior parte dei programmi si riduce a riprese di eventi programmati in precedenza nei minimi dettagli: il che vuol dire che la televisione fa scarso uso di quella che viene indicata come la specificità del mezzo, ossia la ripresa diretta, o, meglio, come ha detto Dorfles, la «sincronia di evento-ripresa-fruizione». E’ appunto in questa sincronia che consiste invece la «effettiva autonomia espressiva della televisione», fondata su un rapporto con il fattore tempo del tutto diverso dal tempo filmico e ancor più da quello teatrale. Secondo Dorfles, questa proprietà espressiva autonoma è stata finora impiegata solo sul piano sperimentale, dagli artisti che si sono serviti del video-tape realizzando così una nuova forma artistica, la Video Arte. L’esperienza apparterrebbe quindi a quella che Berger ha definito la micro-televisione in contrapposizione con la macro-televisione (le grandi emittenti di stato) e con la meso-televisione (le sempre più numerose emittenti locali).

Per la verità non pochi interventi hanno ammesso, almeno sul piano di una possibilità teorica, che anche la macro-televisione possa impiegare la sincronia evento-ripresa-fruizione: a patto, però, che essa si apra con maggiore spregiudicatezza alla «diretta» e rinuncia tutta la serie di espedienti retorici (presi in prestito, oltre tutto, da altri mezzi di comunicazione) che allontanano anziché avvicinare l’evento. Particolarmente interessante, da questo punto di vista, risulta l’intervento di Rino Mele che ha compiuto una sottile analisi di una ripresa diretta macro-televisiva (la trasmissione dei funerali di Paolo VI), mostrando come la regia abbia perduto l’occasione di portare in primo piano l’evento reale per l’impiego eccessivo e ripetitivo di espedienti attinti dal mezzo cinematografico.

Che cosa impedisce, dunque, alla macro-televisione di sfruttare fino in fondo le possibilità del mezzo? «La risposta – dice sempre Mele – è che la televisione, la macro TV, ha in sé un doppio livello: il primo linguistico, il secondo politico, ineliminabili e contrastanti tra loro». Solo se si riesce ad eliminare «l’imperialismo della informazione», la televisione potrà liberare tutto il proprio potenziale comunicativo e anche creativo. Hanno ragione, quindi, coloro che notano come non sia il caso di soffermarsi troppo su sottili (anche se utili) distinzioni tra uso informativo-critico e uso espressivo-creativo del mezzo; quanto piuttosto di colpire quell’intreccio moderato di interessi e cultura che, dentro gli apparati della commissione di massa e nella televisione in particolare, blocca le forme più avanzate della ricerca, la produzione di opere creative realizzate con il mezzo televisivo e persino quelle di corretti documentari critici e informativi sull’arte. Su questo punto insiste un altro artista, Eugenio Carmi, che ha compiuto una serie di ricerche sperimentali con il mezzo televisivo: «L’uso del mezzo per quello che è non consente di prevedere tutto ciò che accadrà (…); di qui l’impossibilità di descrivere o proporre in anticipo alle autorità della TV il prodotto finale che si otterrà».

La questione è appunto questa: il «Potere» annidato negli apparati della comunicazione di massa vuole esorcizzare il più possibile l’imprevisto, ridurre i fatti a entità calcolabili e manipolabili, controllare l’informazione nei minimi dettagli; di qui la ripugnanza che esso dimostra per un impiego veramente creativo del mezzo televisivo. Ancora una volta, quindi, le questioni di linguaggio si complicano con quelle dell’ideologia e la lotta per la liberazione della creatività assume i connotati della lotta politica: poiché di questo si tratta, non tanto di «cambiare il braccio del Potere», ma di trasformarlo profondamente e di eliminare ogni forma di autoritarismo.

Nuove analisi sul linguaggio televisivo 12/7/1979
Tagged on: