Lo spazio di Giacometti 5/3/1963

Lo spazio di Giacometti

5/3/1963

J. P. Sartre è ormai un nome d’obbligo per chiunque affronti criticamente l’opera di Giacometti, poiché il filosofo francese ci ha dato, in una breve intensa testimonianza, una interpretazione tra le più penetranti e profonde dell’artista.

Per Sartre, Giacometti è il poeta della solitudine dell’uomo in mezzo agli altri uomini, è il poeta della incomunicabilità. Gli «altri» sono là, le cose sono là: l’artista può essere vicino agli uni e alle altre, ma sia gli uni che le altre gli sono, nella loro concretezza, inaccessibili. «Molte donne ho visto allo Sphinx mentre me ne stavo in fondo alla sala, scriveva Giacometti in una lettera del ’50 a Matisse, ricordata appunto da Sartre all’inizio del suo saggio. La distanza che ci separava (il pavimento era lucido e mi sembrava invalicabile malgrado il mio desiderio di attraversarlo) mi impressionava quanto le donne». Lo spazio, o meglio la vertigine dello spazio che ci separa dagli altri e dalle cose che ci circondano: ecco dunque il punto centrale della poetica e dell’arte di Giacometti e da questo punto muove anche la Bucarelli nel suo recente saggio dedicato all’artista (Palma Bucarelli, Giacometti. Editalia, Roma 1962). Ciò che caratterizza Giacometti, osserva la Bucarelli, è l’incertezza, l’assenza di ogni teoria e di ogni principio da sostenere e questo, lo salva dalla presunzione di mettere ordine al mondo. L’arte non gli serve che a tentare un rapporto tra noi e le cose. Ma anche questo è estremamente problematico e difficile a realizzarsi, giacché tra me e gli altri c’è una terza cosa, lo spazio, anzi il vuoto, la distesa allucinante e invalicabile del pavimento lucido dello Sphinx. L’arte di Giacometti, osserva con acutezza la Bucarelli, è allora la ricerca del luogo in cui l’io e l’altro si incontrano. O meglio, dove potrebbero incontrarsi e dove, di fatto, non si incontrano. «Ci muoviamo nel buio e ci cerchiamo a tentoni – scrive infatti la Bucarelli – non sappiamo mai se siamo vicini o lontani; e se finalmente per caso, la mia man arriva a toccare l’altro, non so cosa ho toccato, un naso, o una spalla o un ginocchio ». Il terzo dato dell’arte di Giacometti, dopo il me e l’altro, è dunque lo spazio. Ma, sottolinea a ragione l’autore non si tratta di uno spazio a priori, autonomi rispetto agli altri due termini della situazione; ma è uno « spazio di questa o di quella situazione, determinato da questa o quella presenza umana». Tuttavia lo spazio (meglio sarebbe dire il vuoto) in cui vivono i personaggi di Giacometti, se non è una condizione a priori è, però, una condizione, anzi, la condizione esistenziale dell’uomo. Ed è tanto più inaccessibile alla comunicazione quanto più intenso è il «desiderio di attraversarlo». Sartre ha colto stupendamente questo aspetto della solitudine di Giacometti: lo spazio che separa l’artista dalle donne nude è reso invalicabile proprio dal desiderio di toccare quelle carni di lusso, di stabilire una comunicazione autentica, non meramente utilitaria. Giacometti cioè – è sempre Sartre che scrive – « rifiuta la promiscuità, i rapporti di buon vicinato: ma perché vuole l’amicizia, l’amore ».

Lo spazio di Giacometti, perciò, non è semplicemente il luogo dove si svolgono certi fatti, si manifestano certe presenze. Esso è uno spazio attivo, anche se l’attività che esso promuove è, per così dire, disegno negativo, ossia separa, allontana invece di unire. Nell’arte di Gacometti lo spazio ha quasi una consistenza tattile, come avviene ad esempio nella pittura di Braque: con questa differenza tuttavia, che in Braque lo spazio avvolge e riunisce in armonia le parti del quadro. In Giacometti l a situazione è capovolta: lo spazio è si un dato oggettivo, ma un dato inquietante, se non addirittura minaccioso. La Bucarelli ha toccato con molta sensibilità questo aspetto fondamentale dell’arte di Giacometti: «Quando s’incontra una scultura di Giacometti accade d ‘esser presi da una strana inquietudine o da una specie di malessere; e la causa non è certo la figura,l’ oggetto che abbiamo davanti a noi, ma qualcosa che l’ immagine crea intorno a sé e di cui subisce poi, come noi subiamo, l’ inafferrabile, invisibile presenza ».Il pavimento lucido dello Sphinx è un dato con cui dobbiamo fare i conti ogni volta che vogliamo stabilire un rapporto con gli altri. «Tutto il problema era lì – scrive ancora la Bucarelli ‒ nella prospettiva di quel pavimento tirato a lucido, in quel tratto che ( l ‘artista ) avrebbe voluto percorrere e non poteva. Van Gogh aveva provato qualcosa di simile dipingendo il Caffè di notte o la sua camera di Arles».

Lo spazio di Giacometti è quindi un luogo in cui può sempre accadere qualcosa, poiché « essendo, oggettivamente, esistenza, è aperto a tutte le eventualità». E nessuno può sapere « che cosa possa succedere a chi, incauto, vi entri ». Lo spazio, scrive ancora la Bucarelli offrendoci nella scrittura un’equivalente molto fedele dei caratteri dell’arte di Giacometti, « è come una ragnatela: chi vi cade viene subito avviluppato e paralizzato da mille fili tenaci e flessibili e, quel che è peggio, il meccanismo spietato dell’ esistenza, diciamo pure della natura, trasformerà quell’essere vivente in tenace, elastica, filamentosa sostanza spaziale ».

Lo spazio di Giacometti 5/3/1963
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