L’estetica dell’invisibile 28/1/1963

L’estetica dell’invisibile

28/1/1963

Tra i molti problemi posti dagli architetti e dagli studiosi di estetica industriale in occasione del congresso internazionale di “industrial design”, tenutosi recentemente a Venezia, si è rivelato particolarmente interessante, soprattutto per la sua attualità, il problema posto dal francese George Combet nel suo intervento recante il titolo un pochino ermetico ma senza dubbio suggestivo, “Verso un’estetica dell’invisibile”.
George Combet prende atto innanzi tutto, del cambiamento radicale che l’“industrial design” viene oggi subendo in coincidenza con la seconda rivoluzione industriale, caratterizzata dalle nuove fonti di energia e dai processi automatici sempre più largamente inseriti nel ciclo di produzione industriale.
Il “design”storico, quale era stato teorizzato da pionieri del movimento architettonico moderno, e soprattutto dalla didattica del “Bauhaus” sotto la guida di Gropius e della prodigiosa schiera di insegnanti che collaboravano con lui, nasceva dalla esigenza di conferire una forma estetica agli oggetti di produzione di serie, dalla esigenza cioè di inserire un principio di qualità nella quantità dei prodotti dell’industria. Naturalmente si trattava di fabbricare degli oggetti esteticamente validi, ma senza nuocere alla loro struttura e alla loro funzione. La forma, perciò, era pensata, soprattutto all’inizio, in relazione strettissima con la funzione dell’oggetto e talvolta dipendeva direttamente da questa. Il “designer”, cioè, associava, e associa tuttora, la ricerca della forma allo studio del meccanismo e della struttura del prodotto. Ma , appunto perciò, a mano a mano che la struttura del prodotto diventava più complicata, come sta accadendo per molti oggetti industriali, anche il problema della forma comincia a presentare difficoltà maggiori, o, per lo meno, comincia a porsi in maniera diversa.

Oggi la produzione industriale ci pone di fronte a meccanismi estremamente complicati e praticamente incomprensibili per il vasto pubblico dei consumatori. “Si può spiegare ad un bambino il meccanismo di un orologio – scrive George Combet a questo proposito – ma non più quello di una radio o di un apparecchio televisivo. Valvole e transistors vengono collegati secondo uno schema altrettanto impenetrabile del formulario di un mago. E questi montaggi misteriosi sono delicati, devono essere protetti contro gli urti e la polvere”. Ecco dunque il punto: la forma del prodotto non è più in relazione alla struttura, non la rappresenta, ma semplicemente la avvolge e protegge. La forma diventa quindi un involucro, una scatola, ed è solo all’interno di essa che il prodotto vive la sua vera vita. La conseguenza è, ci dice ancora Combet, che “la funzione è illeggibile e resta invisibile. Il contenente è senza rapporto apparente con il contenuto”.

Quale potrà essere allora la funzione del designer? O addirittura, il designer vivrà ancora una funzione precisa da svolgere dal momento che la forma, oggetto fondamentale della sua attenzione e del suo studio, appare sempre più degradata a mero involucro, a puro e semplice contenente di un contenuto?

Ecco dunque il secondo punto della questione. Alla degradazione della forma, all’estetica del rivestimento e dell’involucro, cosa risponde il designer? Una soluzione potrebbe consistere nel ridurre il proprio campo di azione agli oggetti per i quali sono ancora necessari i gesti dell’uomo: i mobili, ad esempio, e altre cose simili. Ma non è questa la soluzione indicata da Combet, il quale assegna al designer di oggi un compito apparentemente modesto, in realtà, se bene inteso, tra i più importanti e ambiziosi.

Dal momento che le strutture dei prodotti industriali diventano sempre più complicate dice dunque Combet, al punto che gli stessi tecnici rischiano di smarrirsi nei labirinti intricatissimi dei congegni, il designer si proporrà di dare un ordine a questo caos. La partecipazione del designer all’industria non si esaurirà nell’apportare un bell’involucro per un oggetto pensato e realizzato nella sua struttura da altri, egli cioè non si limiterà ad essere una sorta di manipolatore di cosmetica, ma opererà dall’interno del ciclo di produzione sistemando l’ordine di un apparecchio, la disposizione dei suoi organi e scegliendo i materiali da impiegare e i procedimenti di lavorazione. In una parola egli presiederà alla pianificazione industriale. Ad un compito, cioè, al quale, dice Combet, il tecnico è mal preparato e si adatta male mentre il designer può affrontarlo con successo in virtù della sua stessa formazione, che gli consente di associare, nella produzione industriale, “il potere ordinatore dell’arte al potere realizzatore della tecnica”. Il designer, quindi, non si limiterà più a dare una forma agli oggetti, ma si preoccuperà di dare una forma anche alla struttura degli oggetti, allo scopo di renderla il più possibile ordinata. Una forma e un ordine necessari anche quando – e questa eventualità si fa via via più frequente – restino chiusi dentro un involucro, anche quando cioè siano una forma e un ordine nascosti.

Ed è a questo punto che nasce quella che George Combet ha chiamato l’“estetica dell’invisibile”.

L’estetica dell’invisibile 28/1/1963
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