Le curiosità della storia – 21/3/1960

Le curiosità della storia

21/3/1960

Le curiosità della storia
Abate ricco, ma Papa spiantato
Aneddoti divertentissimi rendono amabile le lettura di un libro dedicato al Palazzo della Consulta

Non sorprende che Stendhal, durante le sue passeggiate romane, sia rimasto colpito dalla piazza di Montecavallo, fino al punto da definirla «la più bella piazza di Roma e del mondo». Eppure anche allora come oggi, al visitatore che vi entrasse dalla strada proveniente da Porta Pia, il luogo mostrava un curioso accostamento di grandezza monumentale e di pittoresca irregolarità, chiuso da tre lati da un imponente «décor» architettonico e aperto, sulla destra, sulla improvvisa e ripida discesa della Dataria. Non a caso del resto la piazza non era gran che piaciuta al Milizia, che da buon classicista ne sottolineò la mancanza di «regolarità». Ma, si sa, il Milizia non era Stendhal, e tra i due, a parte le differenze dovute ai tempi diversi in cui vissero, c’era tanto divario di temperamento quanto ce ne poteva essere, poniamo, tra un Ingres e un Delacroix.

Le riserve del critico, d’altra parte, non si limitavano alla piazza di Montecavallo, ma coinvolgevano, in un unico giudizio negativo, tutte quelle manifestazioni d’arte che si discostavano dai principi del Mengs e del Winckelmann, tanto cari invece al Milizia. Il quale, pertanto, definiva quell’arte con il nome spregiativo di «barocco», avviando una interpretazione negativa del termine, che ha poi avuto particolare fortuna fin quasi ai nostri giorni. E difatti una revisione di tale giudizio è (almeno da noi) iniziata assai tardi, se il Marangoni poteva scrivere nel 1917 che «nel valutare la pittura italiana del Seicento si è oggi un po’ allo stato in cui era la nostra pittura del Quattrocento circa un cinquant’anni addietro, quando cioè pittori come Gozzoli, Perugino o Ghirlandaio erano comunemente, non solo assai più noti, ma anche assai più ammirati di artisti come Paolo Uccello, Andrea del Castano o Pier della Francesca stesso».
Da allora la rivalutazione critica dell’arte barocca, per merito dello stesso Marangoni e, tra gli altri, del Longhi e della sua scuola, è andata avanti abbastanza speditamente e, in questi ultimi anni, sembra aver raggiunto una sorta di consacrazione ufficiale con l’infittirsi della esposizioni su artisti sei e settecenteschi e con il moltiplicarsi degli artisti critici e storici sull’argomento. Sono appunto dello scorso anno le esposizioni di pittura del Seicento di Bologna e di Venezia, e a Roma la grande mostra del Settecento, che ha fatto il punto non solo sull’arte, ma anche sugli aspetti «minori» del costume e della cronaca del tempo.

Una ulteriore informazione del panorama storico e artistico della Roma settecentesca ci viene offerta da una recente pubblicazione sul palazzo della Consulta, attuale sede della Corte Costituzionale, costruito in piazza di Montecavallo dall’architetto Ferdinando Fuga (Aldo Agosteo e Aldo Pasquini: «Il palazzo della Consulta nell’arte e nella storia» – Fratelli Palombi Editori – Roma 1959).
Il libro, per la verità, supera i limiti del Settecento, seguendo le varie vicende del palazzo fino ai tempi nostri. Ma non v’è dubbio che l’interesse maggiore dell’opera si accentri intorno alla storia architettonica dell’edificio ed ai fatti che l’accompagnarono. E bisogna riconoscere che i due autori (i quali non sono storici di professione) hanno rivelato nella loro indagine una bravura ed un fiuto di autentici ricercatori, se sono riusciti a cavar fuori notizie, disegni inediti e documenti di archivio che hanno permesso, tra l’altro, di fissare definitivamente la cronologia dei lavori di costruzione, finora solo parzialmente conosciuta, e di accertare gli episodi salienti dell’opera, tra i quali alcuni aneddoti assai pittoreschi.

Il cardinale Lorenzo Corsini, eletto papa nel luglio del 1730 con il nome di Clemente XII, diede inizio ad una intensa opera di rinnovamento edilizio, chiamando al suo fianco il fiorentino Ferdinando Fuga e nominandolo architetto dei palazzi pontifici. Cominciava così l’attività romana del Fuga, le cui tappe più significative furono contrassegnate dalla costruzione del palazzo della Consulta, il palazzo Corsini alla Lungara e della facciata di Santa Maria Maggiore.

Ma il nuovo programma di opere pubbliche richiedeva fondi ben più cospicui di quelli che si trovavano al momento nelle casse vaticane. Il Papa pensò allora di ripristinare il giuoco del lotto, che Benedetto XIII aveva severamente proibito. Fu un’idea felice, giacché le entrate del nuovo giuoco si rivelarono subito assai cospicue, permettendo al Papa di finanziare nuove opere edilizie, tra le quali anche la Fabbrica della Consulta.

La prima estrazione avvenne in Campidoglio dalle 17 alle 19 del 14 febbraio del 1732: su un palco, ornato di damaschi e velluti, un orfanello vestito di raso bianco estrasse le palle dall’urna e un uomo «di gran voce», con addosso una zimarra paonazza, gridò i cinque numeri al popolo che gremiva la piazza del Campidoglio fino al palazzo degli Astalli.
Le cose però non andavano sempre così bene: accadeva a volte difatti che, a causa del ritmo febbrile dei lavori, i fondi del lotto non fossero disponibili per pagare tutti quelli che, in una giornata più fortunata, avevano vinto al giuoco. Nascevano, perciò, dei malumori, che il Papa provvedeva a placare, attingendo il necessario alla sua dotazione personale. Cosa che lo induceva talvolta a dire di sé: «Sono stato un ricco abate, un comodo prelato, un povero cardinale ed un Papa spiantato».
Ma pur attraverso mille difficoltà, la fabbrica progrediva alacremente e le tappe più significative della costruzione venivano festeggiate con «maccaronate» e premi offerti dal pontefice. Nel maggio del 1737, finalmente, le vicende edilizie si potevano considerare concluse: mentre aveva inizio la storia del palazzo, che la fitta narrazione degli autori ci consente di seguire fino ad oggi, dall’insediamento della congregazione della Consulta, massimo tribunale dello Stato pontificio, fino a quest’ultimo della Corte Costituzionale Italiana.

Le curiosità della storia – 21/3/1960