La storia dell’arte alla porta del dipartimento 26/8/1976

La storia dell’arte alla porta del dipartimento

26/8/1976

Una interessante discussione sulle ipotesi di ristrutturazione – L’esigenza di eliminare artificiose barriere tra i vari settori dell’indagine storiografica non può mettere in ombra il campo specifico di indagine, né negare altri apporti

L’incrociarsi delle proposte, avanzate da Tafuri, Previtali e Briganti, intorno alla istituzione dei dipartimenti e, in particolare, intorno al destino della storia dell’arte nell’ambito della futura (e speriamo prossima) ristrutturazione dipartimentale dell’università italiana, ha avuto come prima conseguenza di spostare il discorso dall’ambito più ristretto degli specialisti e di coinvolgere più larghi strati dell’opinione pubblica (e lo speriamo) anche le persone (amministratori e politici) che di queste cose devono occuparsi di ufficio. E’ vero, c’è stato più di un convegno in cui gli studiosi hanno discusso questo ed altri problemi relativi all’insegnamento della storia dell’arte, soprattutto in vista di una ristrutturazione della cultura in grado di dare una risposta adeguata alle domande degli operatori pubblici e delle istituzioni. Pochi mesi addietro, gli storici dell’arte si sono incontrati a Bologna, più recentemente a Napoli: ma, si sa, gli atti dei convegni escono sempre con ritardo e la stampa d’informazione è avara di notizie, per cui i lavoratori di ufficio potrebbero anche trincerarsi dietro un alibi, che non sapevano, non erano a conoscenza delle proposte degli studiosi. Altrimenti, ne avrebbero tenuto conto, diamine! Intanto questi lavoratori, sempre di ufficio, sono sempre pronti a dire che i tempi stringono, che occorre prendere una decisione immediata, senza attendere il parere degli studiosi, i quali discutono mentre altri (loro) lavorano. E così, dimenticando che abbiamo tutti atteso per decine di anni, ci fanno trovare, belli e pronti, dei provvedimenti urgenti, dipartimenti compresi, dicendoci, magari con un garbato sorriso, di «prendere o lasciare». Ma, a meno di dimetterci tutti quanti e cambiare mestiere, noi non possiamo «lasciare» e ci toccherà «prendere». E’ probabile, però, che qualcosa sia cambiata, oggi, e che le distrazioni ufficiali non possono più tradursi in leggi e provvedimenti. E se noi continuiamo a discutere non è per perdere tempo ma per vederci chiaro, perché, tutto sommato, quelle strutture siamo noi che dobbiamo poi abitarle e cercare di farle vivere decentemente.

Detto questo, conviene sottolineare un secondo aspetto del dibattitto, il fatto cioè che proposte e controproposte hanno ricondotto il discorso su un piano teorico, cercando di ritrovare fondamenti non occasionali alla futura destinazione della storia dell’arte nell’insegnamento medio e universitario. Particolare rilievo, per la sua radicalità e per la sua coerenza, merita la proposta avanzata da Manfredo Tafuri in un articolo apparso il 12 giugno nella pagina «Arte» di «Paese Sera» e rilanciata nello stesso giornale il 16 giugno in risposte a un intervento di Briganti su «Repubblica» del 20 dello stesso mese.

Le ipotesi formulate da Tafuri tendono ad eliminare ogni barriera artificiosa tra i vari settori dell’indagine storiografica, «al fine di pervenire a un unitario – anche se articolato – processo storico di conoscenza», e quindi mirano alla creazione di «dipartimenti universitari di storia capaci di permettere una continua osmosi fra le attuali storie differenziate». L’intera ristrutturazione è poi finalizzata «a una prospettiva di gestione pianificata dei beni culturali, delle risorse naturali, dell’ambiente». Il fondamento teorico della proposta consiste nel concetto di unità dello spazio storico, in cui articolazioni e distinzioni vanno anch’esse lette storicamente, e nelle connessioni che il concetto stesso di arte ha con le organizzazioni sociali del lavoro. Si tratta, cioè, di inserire il lavoro intellettuale, e quello artistico in particolare, nella storia più generale del lavoro, nel «suo concreto incidere a livello strutturale e sovrastrutturale».

Diamo subito atto a Tafuri di una precisazione quanto mai opportuna, che la sua proposta cioè non vuole minimamente confrontare gli oggetti estetici con pretesi fenomeni «determinanti», in quanto egli stesso è da tempo impegnato «a dimostrare che la partita con le teorie del rispecchiamento della struttura nella sovrastruttura è del tutto chiusa». La proposta, in definitiva, non esclude (come è ovvio) indagini settoriali, ma tende a coinvolgere «in un’accentuazione delle relazioni che le connettono dialetticamente».

Studi separati e carriere accademiche

Le ipotesi di Tafuri mettono quindi in discussione l’attuale ordinamento, in cui la storia dell’arte costituisce il nucleo centrale di istituti scientifici autonomi all’interno delle facoltà di lettere e filosofia e di magistero. Gli istituti sono per lo più separati, uno per ogni facoltà; a volte sono invece comuni, presentandosi così con una struttura orizzontale che spezza (o dovrebbe) l’ordinamento verticale delle facoltà e fornisce una ipotesi organizzativa per un futuro dipartimento storico-artistico. Il più delle volte, la storia dell’arte si accompagna a discipline che essa stessa a generato in rapporto all’evolversi degli studi: incontriamo così una divisione diacronica in storia dell’arte medievale, moderna, contemporanea accanto a discipline come la storia della critica d’arte, la sociologia dell’arte, ecc. In alcuni casi, gli istituti comprendono altre discipline, come la storia del teatro e dello spettacolo, la storia della musica, la storia delle tradizioni popolari, la storia del cinema, ecc. Talvolta, la storia dell’arte si accompagna con l’archeologia e la storia dell’arte greca e romana.

Il fondamento teorico di queste diverse strutturazioni è da ritrovare nella individuazione dei campi d’indagine e di oggetti di ricerca concernenti tutti l’ambito artistico, o, meglio, estetico-artistico. In altri termini, queste discipline si interessano a oggetti e modi di produzione di oggetti identificabili come fatti linguistici, e tuttavia distinti all’interno del più vasto universo linguistico in quanto ulteriormente definibili nell’ambito di una funzione specifica del linguaggio, quella che potremmo definire, con Jakobson, la funzione poetica. Inoltre, queste discipline si occupano in prevalenza di linguaggi non verbali e in questo si diversificano dalle discipline cugine che si occupano di letteratura. Insieme a queste, tuttavia, esse ritagliano un campo d’indagine comune (quello appunto in cui prevalgono le funzioni estetico-artistiche e più generalmente poetiche) ed implicano, di conseguenza, l’impiego, anche se non esclusivo, di metodologie specifiche.

Aperture pluralistiche e tentazioni totalizzanti

Esiste, insomma, una serie di fatti «artistici» che si costituiscono in sistema, così come i fatti letterari si costituiscono in un sistema della letteratura (si veda in proposito l’importante, recente contributo di Maria Corti), sicché l’arte viene intesa come una pratica significante specifica, si ordine appunto linguistico. Si tratta di un’acquisizione tra le più significative della riflessione teorica moderna in una con l’acquisizione della nozione stessa di storia dell’arte.

Certo, l’intero arco delle nostre esperienze appartiene alla storia, ma una simile affermazione rischia di diventare puramente tautologica e trasformare la stessa storia in un campo di indistinzione. Tra la serie dei fatti artistici e quella dei fatti storici (in senso proprio) si può di volta in volta privilegiare il momento della continuità o quello della discontinuità, senza ovviamente, mai perdere di vista il termine provvisoriamente posto in secondo piano. Ed è probabile che non si possa trovare una ragione teorica assoluta che autorizzi in maniera definitiva l’una o l’altra scelta. Tafuri ha ragione quando dice, rispondendo a Briganti, che non esiste nella storia, una scelta di campo che non sia «interessata», ma questo non vuol dire che la purezza della «conoscenza» (io direi il momento specifico della conoscenza) serva soltanto a «perpetuare l’atomizzazione di studi condotti unicamente in vista di un posto al sole nell’incerta carriera accademica».

In realtà, la proposta di Tafuri presenta un inconveniente piuttosto grave innanzitutto di ordine strutturale: un dipartimento di storia che accolga la storia dell’arte non può non ospitare nello stesso tempo tutte le altre storie specifiche, fino a comprendere anche le storie letterarie. Ma, allora, un simile dipartimento finisce con l’assumere dimensioni mastodontiche e, quel che è peggio, con l’identificarsi in buona misura con una vecchia facoltà umanistica. Ma non è questo il punto fondamentale della questione, bensì quello della scelta tra continuità e discontinuità nel momento storico-culturale in cui ci troviamo e in cui si trova la stessa riflessione teorica marxista.

L’apertura pluralistica, che caratterizza, oggi, in maniera particolare la teoria e la prassi marxiste, mette in crisi ogni tipo di impostazione totalizzante della conoscenza, compresa la stessa interpretazione del marxismo, che viene sottratta a qualsiasi irrigidimento dogmatico per darsi piuttosto come metodo storicamente concreto di indagine e di trasformazione della realtà. Lo stesso concetto di totalità marxiana, con il fondamentale contributo teorico di Althusser, si dà come una struttura di relazione tra istanze diverse, specifiche, relativamente autonome. Più che mai attuale sembra, quindi, la spregiudicata osservazione althusseriana, contenuta nel libro Per Marx, secondo cui «se è vero che Marx ci dà principi generali ed esempi concreti, se è vero che tutta la pratica politica della storia del movimento socialista e comunista costituisce una sconfinata riserva di protocolli di esperienze concrete, bisogna pur dire che la teoria dell’efficacia specifica delle sovrastrutture e delle altre “circostanze” resta in gran parte da elaborare (…). Questa teoria resta, come la carta dell’Africa prima delle grandi esplorazioni, una terra conosciuta nei suoi contorni (…), ma il più delle volte sconosciuta nei particolari».

Oggi, noi abbiamo a che fare appunto con questa conoscenza dei «particolari», meglio, delle diverse istanze specifiche e relativamente autonome che strutturano la totalità. Il sistema dei fatti artistici è uno di questi ambiti «particolari», e l’indagine che ne facciamo, anche se non può perdere di vista le relazioni con altri ambiti, richiede non di meno una messa a punto di metodologie «particolari», che con l’indagine storica generale non possono instaurare un rapporto preferenziale, se non vogliono voltare le spalle ad altri e non meno fruttuosi apporti metodologici che ci provengono dalle scienze umane, dalla semiotica alla logica, dalla psicologia della percezione alla psicologia del profondo, ecc.

Vista da questa angolazione, la scelta del parametro della discontinuità delle istanze specifiche è anch’essa interessata, ma si tratta di un interesse che appare oggi particolarmente produttivo non solo per un reale approfondimento dell’ambito specifico dell’arte, ma anche per un fecondo allargamento dello stesso metodo marxista, in cui se è possibile rintracciare un rischio di dogmatismo, questo rischio riguarda appunto le ritornanti tentazioni onnicomprensive e totalizzanti.

La storia dell’arte alla porta del dipartimento 26/8/1976
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