La riflessione di Arnold Hauser 16/9/1977

La riflessione di Arnold Hauser

16/9/1977

Che cos’è l’arte?
Negli studi più recenti del critico tedesco una proposta di analisi secondo il punto di vista della «totalità»

«Il passaggio del marxismo dalla critica delle ideologie allo studio delle opere culturali e della loro creazione da parte delle classi sociali da una parte, e il passaggio del freudismo dal lavoro di scandaglio dell’es all’analisi dell’io e dei suoi meccanismi di difesa dall’altra, sono due movimenti paralleli verificatisi in questi ultimi vent’anni». Questo spostamento della riflessione marxista e psicoanalitica e la crescente attenzione che essa ha dedicato ai procedimenti specificamente culturali e linguistici, così come sottolineato da Roger Bastide in un intervento del 1965 sul tema Psicoanalisi e sociologia nell’elaborazione di una teoria delle «visioni del mondo», si sono rivelati particolarmente fruttuosi nell’ambito delle teorie dell’arte, progressivamente liberatesi da ogni impostazione deterministica tendente a ridurre il fatto specificamente artistico o alla biografia, manifesta o latente, del soggetto, o alle condizioni sociali.

Il lavoro teorico e critico di Arnold Hauser ha contribuito anch’esso a questo mutamento profondo dell’indagine sull’arte dal punto di vista sociologico fin dalla sua famosissima Storia sociale dell’arte, scritta tra il 1940 e il 1950 (pubblicata in Italia da Einaudi nel ’56 e in seguito con Le teorie dell’arte, Tendenze e metodi della critica moderna (1958), con Il Manierismo (1964) e recentemente con la Sociologia dell’arte, pubblicata in Germania nel 1974 e ora tradotta in Italia nelle Edizioni Einaudi in tre volumi a cura di Enrico De Angelis. Nel pensiero di Hauser sull’arte il momento specificamente sovrastrutturale è venuto acquistando infatti un peso sempre maggiore insieme al pieno riconoscimento della relazione dialettica tra arte e società, ma anche all’ammissione non meno esplicita che le produzioni artistiche «per quanto profondamente fondate siano nella base materiale, in quanto sovrastrutture acquistano una qualità che non c’è nella struttura».

Acquisto teorico

Si tratta di un acquisto teorico già presente nella Storia sociale dell’arte, ma che ha trovato una definizione più rigorosa e criticamente consapevole nelle Teorie dell’arte e nella Sociologia lungo un percorso dominato dalla preoccupazione di combattere le posizioni opposte dell’arte per l’arte e del sociologismo volgare, che lega l’arte deterministicamente alle condizioni socio-economiche. Queste due interpretazioni sono considerate entrambe a-dialettiche e quindi parziali in quanto l’una chiusa in una definizione asfitticamente formalistica, l’altra affetta da un insanabile vizio contenutistico. Il punto di vista che Hauser adotta è invece quello della totalità e il metodo per cogliere questa totalità, in questo caso dell’arte, è appunto il metodo dialettico. In questo richiamo energico alla totalità e alla dialettica, Hauser si ricollega alla critica radicale dell’atteggiamento dogmatico del marxismo che si sviluppa negli anni Venti soprattutto per iniziativa di Lukàcs (e, nell’ambito della teoria generale, di Korsch e di Lenin) sul fondamento dei motivi hegeliani della dialettica e della totalità. Come scriveva Lukàcs in Storia e coscienza di classe, «ciò che distingue in modo decisivo il marxismo dalla scienza borghese non è il predominio delle motivazioni economiche nella spiegazione della storia, ma il punto di vista della totalità». E Korsch in Marxismo e filosofia osserva che «la maggioranza dei teorici marxisti concepisce i fatti spirituali in senso puramente negativo, del tutto astratto e adialettico, invece di applicare coerentemente anche a questa parte della realtà sociale complessiva il metodo materialistico e quindi scientifico sostenuto da Marx e Engels».

Hauser muove proprio da questo concetto di totalità per superare la doppia parzialità del formalismo e del contenutismo, dell’arte per l’arte e del sociologismo volgare. Per lui, l’arte è una realtà complessa, «condizionata tre volte: psicologicamente, sociologicamente e dal punto di vista storico-stilistico». Ma questi condizionamenti si manifestano attraverso una serie estremamente articolata di mediazioni, che spesso appartengono addirittura al dominio dell’inconscio. Il sociale può assumere quindi il valore di un riferimento genetico dell’opera d’arte, ma si tratta di una genesi nascosta, inconscia appunto, così come aveva già compreso Engels quando osservava che «il rapporto delle creazioni spirituali con le loro condizioni materiali d’esistenza si fa sempre più complesso e sempre più oscurato da articolazioni intermedie». La sociologia dell’arte contribuisce a ripercorrere i momenti di questa serie di mediazioni, a inserire l’opera nel contesto sociale in cui è nata, ma deve rendersi conto che proprie possibilità hanno un limite, e questo limite è dato dalla comprensione della essenza, della qualità propria dell’arte, che sono fuori del campo specifico della sociologia.

Nelle Teorie dell’arte, Hauser fissa con precisione i limiti sia della sociologia che della psicologia: «dal punto di vista della storia dello stile entrambe commettono un errore: esse fanno derivare ciò che è proprio dell’arte da motivi eterogenei e spiegano la forma artistica con qualcosa che, per sua natura, è senza forma». Hauser si salva così dal determinismo e dal sociologismo volgare, ma lascia senza risposta la questione fondamentale di una comprensione più diretta e specifica dell’opera d’arte. E in questo è da ritrovare, forse, una delle contraddizioni teoriche del suo pensiero, nel fatto cioè che proprio nel momento in cui egli fa ricorso alla categoria della totalità, la mette in crisi nell’opera d’arte, che rimane insanabilmente divisa tra le motivazioni sociali e ideologiche, da un lato, e la sua qualità propriamente artistica, dall’altro.

La Sociologia dell’arte riprende tutti i temi più significativi affrontati nei testi precedenti e li ritematizza da un punto di vista teorico più vasto e rigoroso, in un contesto che assume il senso di una trattazione estetica generale, più che di una sociologia dell’arte in senso proprio. Del resto, è lo stesso Hauser a rivelare questo intento quando nella prefazione confessa che la sociologia è stata per lui un pretesto per osservare il fenomeno dell’arte da un punto di vista il più ampio possibile. La Sociologia si riallaccia, in particolare, alle Teorie in modo diretto: così, ad esempio, il capitolo dedicato alla Storia dell’arte secondo gli strati culturali: arte popolare e arte di massa è diventato un intero volume (il terzo) della Sociologia. D’altra parte la Teoria Generale (vol. 1) e la Dialettica del creare e del fruire (vol. 2) sviluppano il discorso avviato nelle Teorie con una insistenza nuova sui limiti della dialettica (cap. V del vol. 2). Tra i due testi esiste quindi un rapporto di continuità-discontinuità, per cui si può dire che se le Teorie prendevano le mosse da una introduzione intitolata, emblematicamente, Fini e limiti della sociologia dell’arte, quest’ultimo libro riflette sullo strumento capitale della sociologia così come viene praticata da Hauser: la dialettica.

Metodo dialettico

Il nucleo fondamentale della Sociologia dell’arte è da ritrovare quindi in questa lunga, complessa e problematica riflessione sul metodo dialettico, che Hauser vuole sottrarre ad ogni investitura assoluta e, al limite, metafisica. Egli insiste in particolare sul concetto di superamento inteso come passaggio dalla negazione alla negazione della negazione, da una determinata quantità a una nuova qualità. Ma il superamento è anche conservazione delle antitesi, riconoscimento del loro valore, in quanto il giudizio dialettico rende giustizia alle diverse posizioni in gioco. Per queste ragioni, «la dialettica non è soltanto una questione di logica e di critica della conoscenza, bensì anche di etica e di politica». Hauser sostituisce, cioè, una sorta di ottimismo della volontà all’ottimismo storicistico della dialettica hegelo-marxiana, entrambe (a suo giudizio) prigioniere di un concetto di totalità conquistata lungo uno sviluppo storico lineare, come vittoria dello «spirito assoluto» (Hegel) o come avvento della «società senza classi» (Marx): due eventi, dice Hauser, di natura escatologica in quanto entrambi «indicano la situazione in cui la ruota di Issione si arresta e l’uomo riconquista la sua totalità».

Hauser sottolinea, invece, il carattere discontinuo della dialettica, il suo «decorso imprevedibilmente tortuoso», insistendo sul fatto che il «processo storico non è un processo indirizzato in senso univoco, un processo deducibile direttamente e senza censure dalla sua origine». La dialettica, comunque, è intesa sempre come tensione verso la totalità dell’umano, verso il superamento della esistenza frammentaria e atomizzata dell’uomo storicamente determinato. La totalità diventa perciò un telos, un ideale da perseguire contro l’alienazione storica e, in particolare, contro l’alienazione e la frammentazione della società tardocapitalistica.

La condizione europea

È a questo punto che l’arte trova la sua precisa collocazione nel sistema teorico di Hauser: anzitutto per la sua natura essenzialmente dialettica, in quanto l’opera d’arte non nega la sua autonomia nel momento stesso in cui conserva aspetti della sua origine (soggettiva e oggettiva, psicologica e sociale); poi perché essa è affermazione della vita, nella sua concretezza sensibile, nella sua «totalità intensiva», ed è anche negazione dell’esistenza così com’è: «con tutta la sua fedeltà al fattuale, ha davanti agli occhi sempre qualcosa che oltrepassa la fattualità, qualcosa di nuovo, che non c’è ancora stato, di completamente incommensurabile, ma d’altra parte anche i suoi fantastici castelli in aria sono costruiti con pietre della realtà». Anche la totalità di cui l’arte si fa portatrice e quindi qualcosa che insieme è reale e irreale, indica una condizione presente e lontana nello stesso tempo. Di qui la sostanziale interpretazione dell’arte come utopia che Hauser ci ripropone in questo suo recente testo teorico all’incontro di due diverse componenti culturali, di Marx soprattutto, rivisitato attraverso il giovane Lukàcs, di Bloch e di Freud.

La riflessione di Arnold Hauser 16/9/1977
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