La lunga fedeltà di Renzo Vespignani 28/8/1982

La lunga fedeltà di Renzo Vespignani

28/8/1982

Una mostra antologica del pittore romano

UN GRANDE malessere serpeggia tra artisti e critici per le vicende della Quadriennale Nazionale d’Arte e per la situazione di stallo in cui si è venuto a trovare il progetto della 11a edizione della mostra dopo la delibera del consiglio di amministrazione di non dar corso alla manifestazione proposta dal comitato consultivo. Quest’ultimo, nello scorso novembre, ha presentato nella sede, della Federazione della stampa un documento in cui viene denunciato l’impasse della Quadriennale e si danno le motivazioni del progetto elaborato.

Si tratta di una vicenda intricata, senza dubbio poco edificante, sulla quale ritengo di dover tornare in questa sede. Sta di fatto che queste stesse vicende hanno richiamato ancora una volta l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori su questo Ente vetusto e ormai fatiscente, sulla necessità di porre mano a una riforma radicale delle sue strutture e delle sue finalità. Una questione di ordine generale e prospettico che non sempre viene tenuta distinta dalla situazione riguardante specificamente il progetto della 11a edizione. I due problemi non sono separati, naturalmente, non fosse altro perché proprio l’impasse attuale della manifestazione ha posto in drammatica evidenza la necessità del cambiamento. Ma mi pare metodologicamente corretto, e più produttivo, affrontare le due questioni in maniera distinta, cominciando proprio da quella di ordine più generale.

Da dove cominciare, dunque? Dalla riforma dello statuto, ovviamente, che risale ormai al 1937 e che, con qualche modifica non rilevante, è rimasto sostanzialmente lo stesso fino ad oggi. Cambiare lo statuto vuol dire, anzitutto, eliminare la struttura verticistica dell’Ente sorretta da un consiglio di amministrazione i cui membri, ad eccezione dei due rappresentanti del comune di Roma, sono tuttora nominati dalla presidenza del Consiglio e da alcuni ministeri. Ancora oggi, presidente e segretario generale sono stati nominati per una pura e semplice continuità con il passato, ossia senza impegni programmatici assunti dalle diverse parti politiche. Niente di male in se stesso, ma è il segno che la Quadriennale è l’unico ente, tra le grandi istituzioni, che non si è posto il problema del rinnovamento delle vecchie forme statutarie e di finalità largamente superate. Del resto, la Quadriennale non è riuscita nemmeno a tener fede al suo vecchio impegno statutario, di allestire cioè ogni quattro anni una rassegna dell’arte italiana: dopo le manifestazioni del 1951/52, del 1955/56 e del 1959/60, occorre attendere il 1966/68 per la nona edizione e il 1972 per la decima. Dopo di allora più nulla, fino al tentativo recente, per varie ragioni, non ancora portato a termine. Naturalmente gli artisti e i critici non hanno mai smesso di interessarsi della questione e si sono incontrati molte volte per discutere i problemi dell’Ente e studiare i modi di una possibile soluzione. Se ne sono interessati anche amministratori e uomini politici con l’elaborazione di proposte legislative che hanno variamente accolto i più significativi risultati emersi dal lungo dibattito.

Per la verità non mancano importanti punti di convergenza tra le diverse posizioni emerse finora, per cui le forze politiche potrebbero finalmente affrontare e risolvere la questione sul piano legislativo. Si è tutti d’accordo, ad esempio, che la Quadriennale debba trasformarsi in un centro di attività permanente, abbandonando definitivamente la formula del salon periodico. Come pure non dovrebbe più limitarsi ad organizzare delle mostre, a accompagnare questa sua finalità istituzionale con la creazione di un centro di documentazione e di ricerca che costituisca un punto di riferimento per tutti i centri di attività artistica disseminati nella penisola. Si verrebbe a instaurare così un produttivo rapporto dialettico tra centro e periferia, tra l’ente con sede in Roma e la più articolata realtà culturale facente capo alle Regioni e Comuni. Una esigenza, questa accolta pienamente, ad esempio, nella proposta di legge elaborata dal partito comunista con il titolo «Promozione e sviluppo della produzione artistica». L’art. 12 prevede infatti la trasformazione della Quadriennale in un Istituto nazionale di documentazione e promozione artistica, cui spetta particolarmente il compito di fornire alle istituzioni pubbliche di arte contemporanea previste dallo stesso disegno di legge dati e sussidi che aiutino e favoriscano lo sviluppo delle loro attività. L’istituto è tenuto poi ad organizzare periodicamente mostre d’arte derivanti da selezioni delle attività produttive delle istituzioni create da enti locali o consorzi di enti locali, allo scopo di favorire la conoscenza della produzione artistica su scala nazionale.

L’istituzione conserva la sua centralità, ma cambia denominazione per togliersi di dosso anche il ricordo soltanto di un passato non certamente glorioso, ma soprattutto si collega strettamente alle diverse realtà «periferiche» e instaura con esse un fitto scambio di informazioni e di iniziative. Una ipotesi diversa prevede la «regionalizzazione» della Quadriennale, nel senso che la riforma dovrebbe prevedere la istituzione di centri e di documentazione e promozione presso le Regioni. Una ipotesi che si ispira al principio del decentramento ma che non tiene, forse, nel conto dovuto le difficoltà di allestire dei centri veramente produttivi in ogni Regione e il rischio di duplicazioni e sovrapposizioni. Resta, in questa ipotesi, l’esigenza di un corretto decentramento, esigenza che potrebbe essere soddisfatta in maniera adeguata dal rapporto centro-periferia di cui si è detto sopra. Si tratta, comunque, di punti che meritano un ulteriore approfondimento, come pure va discussa l’altra ipotesi di «regionalizzazione» che àncora l’Ente direttamente alla realtà di Roma e del Lazio. Ovviamente l’istituzione non potrà non avere, in ogni caso, un rapporto particolarmente stretto con la realtà regionale e comunale, così come si è verificato per la Biennale di Venezia e il comune della città lagunare; tuttavia il nuovo statuto dovrà tener conto del carattere essenzialmente nazionale dell’istituzione, così come lo statuto della Biennale tiene conto del carattere internazionale dell’Ente.

Un’altra esigenza da tutti avvertita è di precisare con chiarezza i rapporti tra momento amministrativo e momento tecnico-scientifico della gestione del nuovo istituto e di affidare la responsabilità culturale a persone di accertata professionalità. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, è tuttora aperta la querelle tra artisti e critici, una disputa che l’attuale consiglio di amministrazione aveva rinfocolato decidendo, in un primo momento, di escludere la critica dal comitato consultivo. Si tratta, a mio avviso, di un falso problema, purché gli artisti si rendano conto che nel momento stesso in cui entrano a far parte di un comitato tecnico, impegnato nelle scelte delle iniziative e nella organizzazione delle mostre, in qualche misura cambiano di pelle, operano cioè non più in quanto artisti ma in quanto critici.

Vorrei concludere facendo presente che questi sono soltanto alcuni temi della discussione. Ma ciò che mi pare importante è che si è giunti (almeno a me così sembra) a individuare non pochi punti di convergenza a partire dai quali procedere per giungere alla soluzione di questo annoso problema nel più breve tempo possibile.

La lunga fedeltà di Renzo Vespignani 28/8/1982