Creatività collettiva 5/10/1977

Creatività collettiva

5/10/1977

Si ritiene, generalmente che fare storia dei fatti artistici contemporanei, soprattutto di quelli più vicini a noi, sia un’operazione agevolata dalla facilità di reperire i documenti necessari, dalla riconoscibilità immediata degli autori, della loro non problematica collocazione cronologica. In realtà, le cose non stanno affatto in questi termini rassicuranti, non fosse altro per la enorme dispersione di un materiale che spesso non è ritenuto (a volte dagli stessi protagonisti) aver titolo alla conservazione, catalogazione e simili. E non è raro cogliere addirittura un moto di sorpresa o di scetticismo nel tuo interlocutore (un artista, poniamo) quando gli chiedi un certo manifesto o una determinata dichiarazione. Naturalmente, accade anche il contrario, ossia la ipervalutazione dei dati.

Questa premessa mi è parsa utile per capire il senso e l’importanza di un libro come questo dedicato da Italo Mussa alla situazione dei gruppi di ricerca dell’arte cinetica e visuale, formatasi soprattutto in Europa negli anni sessanta. Nella premessa, l’autore dichiara esplicitamente di non aver voluto fare una storia dell’arte cinetica e visuale, ma di aver voluto raccogliere i documenti, spesso trascurati, con un intervento considerato «più una guida ai problemi che una disamina critica di essi». Il volume può essere quindi legittimamente letto, almeno in prima istanza, come una raccolta di documenti che l’autore, con encomiabile modestia, consegna alla interpretazione dello storico.

Ma, si sa, una tale oggettività non è così innocente; al contrario essa nasconde e rivela, nello stesso tempo, un intento critico molto preciso, e non privo di una certa malizia, quello cioè di porre la compattezza critica di una storia veramente documentaria a confronto con tutta una serie di testi scritti con impazienza teorica o ideologica, tanto da far trascurare i dati più elementari per amore delle proprie tesi. Questo nascondersi dietro i fatti da parte di Mussa si rivela, quindi, come un modo consapevole di fare storia e critica dell’arte.

Il momento della oggettività si manifesta con immediatezza attraverso l’accurata raccolta dei documenti, che vanno dalla cronologia delle principali mostre cinetiche e visuali e soprattutto di gruppi, compresa la polemica innescata da Argan con i suoi articoli sul «Messaggero» sul lavoro artistico di gruppo e poi ripresa sulle pagine dell’«Avanti!». Il momento della scelta, più implicito, non è tuttavia meno determinante ai fini del taglio critico del libro: non certamente a caso, infatti, Mussa sceglie tra i molti fatti dell’arte cinetica e visuale quelli riguardanti l’attività dei gruppi, e tra questi le proposte teoriche e operative del Gruppo Enne di Padova.

Individuare le ragioni di queste scelte vuol dire comprendere il filo critico che Mussa vuole dipanare attraverso la presentazione apparentemente neutrale dei documenti: si tratta di un filo che tende a mettere insieme e a privilegiare una operatività artistica intesa a porre in crisi il mito romantico della individualità e a sottolineare l’esigenza di un lavoro razionalmente e criticamente più controllato, sulla base di una scambio di esperienze tra individui e tra diverse discipline (in questo caso tra arte e scienza, in particolare lo strutturalismo linguistico, la logica matematica e la psicologia sperimentale). Come aveva già sottolineato Kepes, e come Mussa ribadisce in più di una occasione, l’arte cinetica e visuale ha posto una serie complessa di problemi che possono essere riassunti in tre direttrici fondamentali: rendere anzitutto più sistematiche le nostre conoscenze intorno al ruolo della visione; cercare gli strumenti idonei a sviluppare e ad educare la nostra percezione: individuare, infine, i settori in cui è possibile applicare i risultati ottenuti in via sperimentale. Questa finalità ha portato anche a un mutamento della operatività artistica, costituitasi spesso come attività di gruppo, con un coinvolgimento di studiosi di altre discipline, e in particolare degli psicologi della percezione visiva. Il Gruppo Enne di Padova è stato, tra le diverse formazioni italiane e europee, uno dei gruppi più omogenei, che ha maggiormente spinto verso una creatività collettiva, al limite anonima. E’ stato anche il gruppo nel cui seno la ricerca cinetica e visuale è stata assunta come termine di riferimento non solo per un diverso tipo di operatività artistica, ma anche come un modo diverso di porsi di fronte al contesto dell’arte fortemente condizionato dalla economia di mercato.

Creatività collettiva 5/10/1977
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